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07.07.2010 .
L'ENDOMETRIOSI INCIDE SULL'EFFICIENZA LAVORATIVA Sono circa 200 milioni le donne nel mondo che si trovano a dover convivere con questa dolorosa patologia cronicaSono circa 200 milioni le donne nel mondo che si trovano a dover convivere con l'endometriosi, una malattia infiammatoria cronica di natura complessa, originata dalla presenza anomala del tessuto che riveste la parete interna dell’utero (endometrio) in altri organi quali ovaie, tube, peritoneo, vagina, intestino, provocando sanguinamenti interni, infiammazioni croniche e tessuto cicatriziale, aderenze ed infertilità. Questa patologia si manifesta spesso con dolore pelvico cronico, soprattutto durante il ciclo mestruale, fino ad essere invalidante. Date queste premesse, uno studio presentato in occasione della 26° assemblea annuale della Società europea di riproduzione umana ed embriologia si propone di fare luce su un aspetto finora poco esplorato di questa patologia, vale a dire le sue implicazioni di carattere sociale, in particolare per quel che riguarda l'efficienza lavorativa delle donne che ne soffrono. Lo studio, condotto da un team di ricercatori del dipartimento di Sanità Pubblica dell'Università di Oxford, nel Regno Unito, ha coinvolto 1459 donne di età compresa tra i 18 e i 45 anni, provenienti da 14 centri in dieci Paesi. Ciascuna ha compilato un questionario dettagliato sui propri sintomi e sull’impatto che questi avevano sulla loro vita. “Gli scienziati sono già a conoscenza del fatto che le donne affette da dolori pelvici cronici riferiscono una peggiore qualità della vita”, ha spiegato il coordinatore dello studio Kelechi Nnoaham. “Tuttavia questo è il primo studio a valutare se le donne affette da dolori pelvici associati all’endometriosi ne risentano in modo diverso rispetto a quelle affette da dolori pelvici dovuti ad altre cause identificabili o a nessuna causa”. “Circostanza - ha aggiunto il ricercatore - che il nostro studio conferma”. La ricerca ha infatti potuto mettere in luce la presenza di differenze sostanziali tra le donne affette da endometriosi e le pazienti di controllo. “Il calo di efficienza lavorativa nelle donne affette da endometriosi si aggirava in media alle dieci ore la settimana, contro le sette ore a settimana perse da quelle affette da altri disturbi”, ha spiegato Nnoaham. “E questo è dovuto soprattutto alla minore produttività piuttosto che all’assenza dal lavoro. Anche le attività non lavorative, come a esempio i lavori domestici, l’esercizio fisico, lo studio, lo shopping e la cura dei figli, erano notevolmente compromesse dai sintomi dolorosi della patologia”. I ricercatori hanno inoltre osservato un grave ritardo diagnostico: passano sette anni dal momento della prima visita dal proprio medico di famiglia a quello della diagnosi da parte dello specialista. In mezzo, ci sono quasi sette consulti prima di raggiungere lo specialista. “I risultati della nostra ricerca sollevano numerosi interrogativi”, ha affermato Krina Zondervan coautrice dello studio. “Per esempio, perché l’endometriosi colpisce donne diverse in maniera diversa? L’impatto dei sintomi cambia dopo la diagnosi? Ancora più importante è il fatto che possiamo basarci su questi risultati per cercare di migliorare l’esperienza della donna durante il processo diagnostico e terapeutico”. “Visti questi risultati - ha concluso Nnoaham - ci auguriamo che il nostro studio faccia comprendere la necessità di accrescere la consapevolezza, ridurre i tempi di diagnosi, migliorare le cure e aumentare le risorse destinate alle ricerche finalizzate allo studio di migliori terapie per combattere questa dolorosa patologia”. Fonte: InfoSalute
. 31.05.2010
L'Ovocita
L' ovocita è la cellula femminile deputata alla riproduzione (gamete), prodotta nell’ovaio durante il processo detto gametogenesi. E’ una cellula grande, estremamente specializzata, che viene prodotta dopo un lungo processo detto oogenesi. Quando giunge alla maturità ha un diametro di circa 120 micron, grande circa 20 volte più di un globulo rosso. L’ovocita è avvolto da una membrana , anch’essa molto specializzata, detta oolemma, ed è protetto da un ulteriore involucro proteico, detto zona pellucida, di circa 15-20 micron di spessore. E' inoltre avvolto da strati di cellule, dette del cumulo ooforo, che servono a nutrirlo e stimolarlo alla maturazione. La zona pellucida svolge varie funzioni tutte importanti per l’ovocita, lo protegge durante la discesa nelle tube ed è fondamentale sia durante il processo di fecondazione, quando avviene l’incontro con lo spermatozoo, che nelle prime fasi dello sviluppo dell’embrione. L’ovocita maturo è il prodotto del completamento del processo di meiosi, in cui il nucleo ha dimezzato il proprio numero di cromosomi dividendosi in modo disomogeneo, dando origine a due cellule: una grande, che mantiene tutto il citoplasma ed una piccolissima quasi senza citoplasma (globulo polare), entrambe con 23 cromosomi ciascuna. Questa fase del processo meiotico si chiama “metafase II” e la si distingue per la presenza del globulo polare. Il citoplasma dell’ovocita ha molta importanza perché è sede di complessi processi dinamici con cambiamenti nel numero e nella distribuzione di una serie di organelli che compongono la struttura portante della cellula, in grado di coordinarsi per compiere funzioni complesse che portano alla maturità citoplasmatica oltre che nucleare dell’ovocita. In pratica questa speciale cellula è come un complesso reparto di una officina specializzata dove tutti i pezzi devono essere assemblati perfettamente per funzionare. A questo punto l’ovocita è pronto ad incontrare lo spermatozoo ed insieme divenire un embrione.
14.05.2010
Se scopriamo di essere infertili E’ necessario anzitutto capire quando iniziare gli accertamenti e le terapie. Questo dipende da alcune cose fondamentali. 1) Da quanto tempo si hanno rapporti non protetti. Sei mesi costituiscono già un tempo che deve indurre a fare delle cose concrete. 2) Quale è l’età della donna. Infatti la probabilità di gravidanza, specie per le eventuali terapie, dipende molto da questo fattore in quanto gli ovociti sono più fragili degli spermatozoi.
Ogni scelta però va poi adattata al singolo caso perché ad esempio in una coppia in cui lei ha 25 anni il tempo di attesa per iniziare l’iter può essere più lungo ma a 40 anni è bene accelerare.
C’è da chiedersi poi a chi rivolgersi. Credo convenga consultare medici esperti in problemi di infertilità perché l’iter sarà più breve. Infatti l’esperienza di questo specialista condurrà ad evitare esami e terapie inutili, costose e stressanti scegliendo i test più idonei e i laboratori più affidabili nella sequenza più logica. Anche l’interpretazione dei risultati sarà più affidabile.
In generale per la donna converrà verificare se l’ovulazione avviene correttamente mediante un monitoraggio ecografico del follicolo ovarico ( cioè un certo numero di ecografie transvaginali per vedere la crescita del follicolo, se questo ovula e quando). Si approfitterà in questo ciclo di misurare anche gli ormoni più importanti come FSH, LH, Estradiolo e Progesterone nei giorni più giusti. Utile che il medico valuti anche il muco cervicale (quantità e caratteristiche) che viene prodotto dal collo dell’utero o cervice ed ha la funzione di veicolare dopo il rapporto sessuale gli spermatozoi dalla vagina all’utero.
Per completare l’iter iniziale nella donna si valuteranno le tube cioè la loro pervietà attraverso esami come l’isterosalpingografia o l’ecoisterosonosalpingografia che non richiede radiazioni, è poco fastidiosa e si può fare nello studio del ginecologo con l’apparecchio ecografico.
Per l’uomo l’esame fondamentale è lo spermiogramma cioè quell’esame di laboratorio in cui si studiano gli spermatozoi per vedere se il loro numero, movimento e forma sono idonei. E’ bene che questo esame che richiede un occhio esperto venga eseguito in laboratori specializzati in quanto errori o imprecisioni possono portare a diagnosi errate e terapie spesso inadeguate.
Volendo si può infine aggiungere un esame che indaga i problemi riguardanti il comportamento degli spermatozoi con il muco cervicale mettendo in evidenza vari problemi compresa la cosiddetta “incompatibilità di coppia”: si tratta del POST COITAL TEST.
In pratica tutti gli esami che abbiamo citato potrebbero essere eseguiti in uno o al massimo due cicli in modo che subito dopo è possibile approfondire la diagnosi con qualche altro esame ma, soprattutto, passare già alla terapia.
Fonte: Vita che nasce
20.04.2010
La fecondazione Il processo di fecondazione presuppone sia il viaggio degli spermatozoi all’interno delle vie genitali femminili che la fuoriuscita dell'ovocita dall'ovaio. Gli spermatozoi che abbandonano il testicolo non sono ancora in grado di fecondare l’ovocita; cominciano a diventarlo solo dopo il loro passaggio nell’epididimo, piccolo organo situato sopra il testicolo, dove acquisiscono il movimento e assorbono sostanze in grado di farli aderire all’ovocita. Diventano, però, perfettamente in grado di fecondare solo permanendo nelle vie genitali femminili: questo processo fondamentale è chiamato “capacitazione”. Essa consente agli spermatozoi di svolgere anche la cosiddetta “reazione acrosomiale” quando entreranno in contatto con l’ovocita. L’acrosoma, infatti, è una specie di cappuccio che riveste la testa dello spermatozoo e contiene sostanze enzimatiche in grado di sciogliere determinate strutture che può incontrare nel suo percorso. L’acrosoma, infatti, quando tocca la “zona pellucida” dell’ovocita (una specie di guscio elastico esterno), rilascia gli enzimi che contiene e la scioglie in diversi punti. In questo modo uno spermatozoo può penetrare all’interno dell’ovocita iniziando il lungo processo della fecondazione propriamente detta. Dall’altra parte delle vie genitali femminili cioè a partire dall’ovaio si verifica, invece, l’avanzata dell’ovocita. Esso prima dell’ovulazione si trova all’interno del follicolo più grande in via di accrescimento (follicolo dominante su tutti gli altri presenti nell’ovaio) e immerso nel liquido follicolare che costituisce la maggior parte del volume del follicolo stesso. L’ovocita nel frattempo sta maturando ed in particolare subisce il processo di “meiosi” con il quale il DNA dei suoi cromosomi lentamente si dimezza per preparare la sua fusione con il DNA dello spermatozoo dal quale dovrà essere fecondato. Infatti anche lo spermatozoo prima di aver abbandonato il testicolo ha subito la sua “meiosi”. In tal modo l’incontro dei due DNA dimezzati potrà ricostituire il normale patrimonio genetico della specie umana al termine del processo di fecondazione. Quando il follicolo ha raggiunto circa 20 millimetri di diametro la sua parete (in seguito agli stimoli ormonali dell’LH), si apre in una zona e fuoriesce l’ovocita (grande meno di due decimi di millimetro) circondato da numerose cellule ad esso aderenti e da tutto il liquido follicolare. L’ovocita, ora maturo per la fecondazione, si sposta nella tuba e viaggia verso l’utero grazie all’attività contrattile della muscolatura tubarica ed al movimento delle microscopiche ciglia della superficie interna della tuba. Normalmente gli spermatozoi, dopo essere passati dalla vagina all’utero, si trovano già nella tuba ad attendere l’ovocita da fecondare in quanto il rapporto sessuale è avvenuto prima dell’ovulazione ( da alcune ore a pochi giorni) . A metà circa della tuba gli spermatozoi cercano di penetrare l’ovocita che normalmente consente ad uno solo di essi l’ingresso. Infatti non appena tutto lo spermatozoo è penetrato all’interno si verifica una reazione di trasformazione della “zona pellucida” che diventa impermeabile agli altri spermatozoi. Fonte: Vita che nasce .
07.04.2010
Gli xenobiotici a potenziale attività endocrina (Interferenti Endocrini): un problema sanitario emergente. Alberto Mantovani - Dipartimento di Sanità Alimentare ed Animale- Istituto Superiore di Sanità, Roma
Negli ultimi anni la ricerca in campo tossicologico e le agenzie preposte alla regolamentazione delle sostanze chimiche (Unione Europea, O.E.C.D., W.H.O) hanno mostrato un crescente interesse nei confronti della caratterizzazione di possibili danni a lungo termine per la riproduzione e lo sviluppo; in particolare, gli xenobiotici con potenziale attività endocrina o interferenti endocrini (IE) (Endocrine Disrupting Chemicals, Endocrine Disrupters) sono stati identificati quali possibili fattori di rischio prioritari (European Commission, 2001; Menditto e coll., 1997; Neubert, 1997). Gli IE sono un eterogeneo gruppo di sostanze caratterizzate dal potenziale di interferire con il funzionamento del sistema endocrino attraverso svariati meccanismi (recettoriali, metabolici, ecc.). L'omeostasi degli steroidi sessuali e della tiroide sono i principali bersagli degli effetti degli IE; è inoltre riconosciuto che il bersaglio biologico più sensibile è la salute riproduttiva, considerata come un continuum che dalla produzione di gameti sani e la fertilizzazione attraversa lo sviluppo intrauterino e postnatale della generazione successiva (Mantovani e coll, 1999): una particolare attenzione va attribuita alla valutazione dei rischi per l'infanzia, dato il ruolo fondamentale della omeostasi del sistema endocrino nelle prime fasi della vita (Mantovani, 1999). Tra gli IE che interferiscono con gli steroidi sessuali i principali sono contaminanti alogenati persistenti (DDT e suoi metaboliti, diossine, policlorobifenili) (Scientific Committee on Food, 2000, 2001), diversi antiparassitari, pesticidi e biocidi (ad es., clororganici, stannorganici, imidazoli, triazoli, triazine), e sostanze di uso industriale (diversi composti fenolici, e ftalati); recentemente stanno suscitando attenzione anche gli effetti endocrini di alcune sostanze (ad es., paraben) presenti in cosmetici ed altri prodotti di uso personale (Oishi, 2002) nonchè di metalli, ad es. i composti di arsenico (Tseng et al., 2002). Alcuni di questi composti inibiscono l'attività e/o la sintesi di ormoni steroidi, ad es., gli effetti antiestrogeni di diossine e triazoli e quelli antiandrogeni di fungicidi quali vinclozolin e linuron, mentre le triazine interferiscono con l'asse ipotalamo-ipofisi-gonadi; altri invece hanno un'azione simil-ormonale (c.d. xenoestrogeni, come alchilfenoli e bisfenolo A) (Scientific Committee on Food, 2002). Tuttavia, queste distinzioni non vanno prese in maniera eccessivamente rigida: recenti studi mostrano infatti come il tipo di effetti indotti da alcuni IE possano variare con il sesso e l'età dell'organismo esposto (Pryor e coll., 2000). Infine, tra gli IE tireostatici la priorità va attribuita a pesticidi e biocidi (ad es., etilene-bisditiocarbammati) ed inoltre ad alcuni clorurati persistenti (policlorobifenili) e composti industriali (ad es., ritardanti di fiamma polibromurati, resorcinolo) (Hallgren & Darnerud, 2002). È opportuno ricordare che possono considerarsi IE anche sostanze diverse dai tipici contaminanti ambientali e/o alimentari. Tra questi gli anabolizzanti zootecnici, vietati nella Unione Europea (European Commission, 2002); farmaci ad azione ormonale che possono essere importanti, ad es., per l'esposizione lavorativa di operatori sanitari o per il passaggio transplacentare o nel latte materno; sostanze del mondo vegetale quali tossine algali, micotossine (ad es. zearalenone) e soprattutto i fitoestrogeni. Questi ultimi (isoflavoni, lignani, ecc.) sono presenti soprattutto in alcuni alimenti, come la soia, e agiscono soprattutto come deboli agonisti del recettore estrogeno beta: mentre si ritiene che una buona assunzione alimentare di fitoestrogeni possa essere un fattore protettivo contro alcuni tumori (ad es., mammella, prostata) e patologie della menopausa (ad es., osteoporosi), sussistono perplessità riguardo all'esposizione a dosi elevate soprattutto durante la gravidanza o la prima infanzia, ad es. attraverso l'uso di integratori o latti artificiali a base di soia (Skibola & Smith, 2000; Stark & Madar, 2002).
Diversi fattori contribuiscono alla importanza attribuita agli Interferenti Endocrini:
la insufficienza degli approcci tossicologici disponibili per una caratterizzazione adeguata dei rischi. Attualmente, infatti, la OECD è impegnata in un intenso sforzo per la validazione di nuovi test sperimentali e per il miglioramento di quelli esistenti, specificamente mirato alla valutazione degli effetti endocrini (Kanno e coll., 2001); la possibile esposizione combinata a diverse classi di IE attraverso l'ambiente e gli alimenti, che non consente di escludere effetti additivi o sinergici; la potenziale correlazione, suggerita da studi epidemiologici, fra esposizione ambientale e/o lavorativa a IE e patologie umane, tra cui infertilità maschile, abortività precoce, patologie uterine (ad es., endometriosi), malformazioni dell'apparato riproduttivo (ad es., ipospadia e criptorchidismo), aumentata suscettibilità ai tumori del testicolo e di altri tessuti bersaglio (Amaral Mendes, 2002) e ritardi dello sviluppo infantile (Faroon et al., 2001). Per quanto riguarda i composti potenzialmente tireostatici, il workshop organizzato nel giugno 2001 dalla Commissione Europea ha sottolineato l'urgenza di un incremento di conoscenze per valutare un eventuale impatto sulla salute umana (European Commission, 2001). Inoltre, saranno di grande interesse ulteriori dati sulla possibile associazione fra specifici IE ed altre patologie su base endocrino-metabolica (Baccarelli et al., 2000).
In conclusione è necessario che i risultati di attività di ricerca multidisciplinari vengano utilizzati per selezionare le priorità delle attività di prevenzione e regolamentazione. In particolare è necessario:
elaborare ed ottimizzare modelli sperimentali per lo studio degli effetti di IE e per caratterizzarne i meccanismi di azione;
identificare e validare biomarcatori di esposizione, risposta e suscettibilità per valutare le possibili correlazioni fra esposizioni a IE e patologie umane. Fonte: Istituto Superiore Sanità
02/04/2010 La pillola riduce la recrudescenza delle cisti ovariche
Il classico contraccettivo può proteggere dalle cisti ricorrenti . La pillola è tra i metodi contraccettivi più diffusi e, secondo un nuovo studio, oltre a prevenire le gravidanze indesiderate farebbe da barriera alle recidive delle cisti ovariche, endometriosi ovarici.
Di norma le cisti ovariche sono asportate chirurgicamente, tuttavia spesso si riformano e sono causa di dolori e complicazioni, costringendo la donna ad altri eventuali interventi chirurgici. Secondo un gruppo di ricercatori neozelandesi invece, la comune pillola anticoncezionale riduce la recrudescenza delle cisti ovariche dopo una prima asportazione. Il dottor Neil Johnson e la dottoressa Shelley Reilly di Auckland (NZ) hanno coordinato uno studio randomizzato e controllato per valutare l’efficacia della pillola come trattamento post-opratorio a lungo termine per il controllo delle recidive di cisti ovariche. La ricerca si è concentrata su 239 pazienti che avevano appena subito un intervento di asportazione di cisti ovariche (endometriomi). Le donne sono state suddivise in tre gruppi: le appartenenti al primo gruppo sono state trattate con cicli continui di pillola contraccettiva orale (PCO); le appartenenti al secondo gruppo con cicli saltuari ma periodici di PCO; le appartenenti al terzo gruppo, quello di controllo, non hanno seguito alcun trattamento. Il test è durato due anni.
Poiché precedenti studi avevano dato risultati contrastanti, i ricercatori hanno voluto valutare i risultati circa un trattamento a lungo termine. “[…] Il trattamento a lungo termine sembra essere la chiave. La durata del trattamento sembra svolgere un ruolo importante nell’efficacia della terapia”, hanno scritto Johnson e Reilly sulle pagine della rivista “Fertility and Sterility”. “Se l’uso di una PCO è considerato ridurre il rischio di ricorrenza di un endometrioma dopo cistectomia laparoscopica, il trattamento deve essere somministrato per almeno due anni”, hanno concluso i ricercatori. Fonte: La Stampa
30/03/2010
Anatomia del pavimento pelvico Quando si parla di pavimento pelvico vanno quindi distinti tre piani muscolo-aponeurotici: A) Il diaframma pelvico, ossia lo strato più interno, formato dall’elevatore dell’ano con i suoi fasci ilio-coccigei, pubo-coccigei (medialmente ai quali decorrono i fasci dei due muscoli pubo-rettali) e ischio-coccigei. Tali fasci formano, sia a destra che a sinistra, come due ventagli, caratterizzati da una sorta di perno comune (il coccige). A unire centralmente le due porzioni dell’elevatore dell’ano, che di fatto costituiscono poi un’unica unità funzionale, è invece il cosiddetto centro Fibroso Tendineo del Perineo, situato tra canale vaginale e rettale. Sulla linea mediana del diaframma pelvico troviamo infatti il cosiddetto Hiatus Genitale, ossia un’apertura attraverso la quale passano sia il retto che la vagina e l’uretra. Lateralmente, infine, il diaframma pelvico si inserisce lungo il cosiddetto Arco Tendineo che scorre dal pube alla spina ischiatica mentre al di sotto del piano dell’elevatore dell’ano si trova la fossa ischio-rettale. B) Il diaframma urogenitale ha invece la forma di un triangolo ed è situato inferiormente all’elevatore dell’ano nella porzione anteriore del perineo. Tale triangolo è delimitato alla base dalla linea bis-ischiatica, che idealmente unisce le due tuberosità ischiatiche; i lati sono rappresentati dalle cosiddette branche ischio-pubiche di destra e di sinistra; il vertice è costituito dalla sinfisi pubica. Del trigono urogenitale – come viene anche chiamato tale diaframma - fanno parte il muscolo Trasverso Profondo del Perineo e i legamenti Pubo-Uretrali. Il diaframma urogenitale presenta infine un’apertura sulla linea mediana, attraverso cui passano l’uretra e la vagina. C) Abbiamo poi il cosiddetto strato superficiale degli sfinteri. Di questo fanno parte quattro muscoli. L’ischio-cavernoso (dalla tuberosità ischiatica alla radice del clitoride); Il bulbo-cavernoso o costrittore della vagina (dal Centro fibroso Tendineo del perineo al clitoride); Il trasverso superficiale del perineo (dal Centro Fibroso Tendineo del perineo alla tuberosità ischiatica); Lo sfintere dell’ano (situato posteriormente). La porzione anteriore dello strato degli sfinteri è anche detta loggia bulbo-clitoridea e accoglie i corpi cavernosi del clitoride oltre ai bulbi del vestibolo.
Fonte: E. Ciuccetti
26/03/2010
Endometriosi, dieta a base di Omega3 riduce il rischio di sviluppare la patologia.
Un consumo regolare di alimenti ricchi di acidi grassi omega3 (grassi polinsaturi) aiuta a ridurre il rischio di endometriosi, mentre una dieta a base di grassi “cattivi” - soprattutto quelli trans - lo fa aumentare: è quanto emerge da uno studio pubblicato su Human Reproduction dai ricercatori dell’Harvard Medical School di Boston, negli Usa.
La ricerca, durata 12 anni e condotta su 70.709 partecipanti, ha dimostrato che non è la “quantità” dei grassi consumati abitualmente a influenzare il pericolo di sviluppare l'endometriosi, ma la “qualità”. Gli studiosi hanno infatti rilevato che le donne che seguivano una dieta ricca di omega3 correvano un rischio di incorrere nella patologia inferiore del 22% rispetto alle altre. Coloro che, invece, solitamente assumevano cibi in cui erano presenti molti grassi trans, avevano il 48% di probabilità in più di essere colpite dalla malattia.
“Lo studio dimostra che i cambiamenti dietetici possono effettivamente ridurre il rischio di sviluppare l’endometriosi – spiega Stacey Missmer, ricercatrice dell'Harvard Medical School -. Anche se dovranno essere confermati da ulteriori ricerche, i nostri risultati dimostrano che non è la quantità, ma il tipo di grassi a ostacolare o favorire l’insorgere della malattia”. Fonte: ASCA
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23/03/2010 Il Pavimento pelvico Ancora oggi assai poco conosciuta – eppure fondamentale per la salute e il benessere di ogni donna – è la regione muscolare comunemente definita come pavimento pelvico. Un’area romboidale che si estende dalla sinfisi pubica al coccige, chiudendo in basso la cavità addomino-pelvica, circondando e sostenendo l’uretra, la vescica e la vagina fino all’apparato ano-rettale. Lateralmente i suoi confini sono sostanzialmente individuabili a livello delle tuberosità ischiatiche. Il pavimento pelvico è stato lungamente ignorato per ragioni di varia natura. In primo luogo si tratta di un’area relativamente "nascosta" del nostro corpo. Un’area, compresa fra le cosce, che non vediamo. Un’area con la quale generalmente non si instaura quel rapporto quotidiano e spontaneo di consapevolezza e contatto che invece si stabilisce con una mano piuttosto che con una gamba. In secondo luogo quella del pavimento pelvico rappresenta di fatto sia la regione chiave della defecazione e della minzione che quella della sessualità. Molteplici pudori sociali e tabù culturali hanno quindi contribuito nel tempo a renderla ancora più rimossa e dimenticata. La medicina stessa, tra l’altro, ha raggiunto solo in anni recenti una maggiore conoscenza e comprensione della sua centralità, del suo profondo ruolo e del suo articolato significato. Da poco, ad esempio, si è cominciato a parlare e a dibattere su larga scala di prevenzione delle lacerazioni perineali durante il parto e delle conseguenze dell’episiotomia. Da poco ha iniziato a diffondersi una maggiore attenzione, teorica e pratica, nei confronti di prolassi e incontinenza femminile. Da poco si riconosce la giusta dignità ed efficacia ai cosiddetti approcci riabilitativi "conservativi". Approcci che spesso sono in grado di integrare o addirittura evitare i tradizionali interventi di tipo chirurgico o farmacologico. Non parliamo poi della sessualità femminile, cui solo da qualche decennio – e non sempre in modo compiuto - viene riconosciuto un significato ludico e relazionale oltre che riproduttivo. Non meraviglia allora che anche su questo piano il pavimento pelvico sia stato lungamente cancellato o travisato. È dunque fondamentale che tutti coloro che si occupano a vario titolo di salute e benessere al femminile sviluppino una maggiore sensibilità nei confronti di questo argomento, approfondendo le proprie conoscenze e sapendo diffondere alle donne le giuste informazioni sia in ambito preventivo che terapeutico e riabilitativo. Questo non riguarda solamente i medici o le figure sanitarie strettamente intese. Ma anche coloro che, per esempio i personal trainer, di occupano a vari livelli di fitness e movimento corporeo in generale. La tutela del pavimento pelvico passa infatti anche e soprattutto dalla capacità di ogni donna di riconoscerlo e attivarlo in modo automatico durante lo svolgimento delle azioni quotidiane. Uno starnuto, un colpo di tosse, il sollevamento della borsa della spesa, la presa in braccio del nipotino e persino l’esecuzione degli addominali in palestra, sono tutti gesti che – aumentando la pressione interna - sollecitano questa parte del corpo e ne richiedono la giusta preparazione e controllo. Occorre quindi, per prima cosa, conoscere e ricordare alcune basilari nozioni di anatomia e fisiologia: il pavimento pelvico, come detto, chiude il bacino verso il basso e svolge innanzitutto la funzione di sostenere gli organi pelvici come l’utero e la vescica. Il contenimento di tali organi – anche quando la donna è in posizione eretta o esegue attività fisiche come il semplice camminare, che comportano uno sforzo e quindi un aumento della pressione endoaddominale – necessita dell’integrità del sistema muscolo-fasciale di sostegno e della sua innervazione. Fonte: E. Ciuccetti
17/03/2010 .
Papillomavirus. Conoscerlo per combatterlo . L'HPV, conosciuto anche con il nome di Papillomavirus Umano, è un virus che può portare al cancro al collo dell'utero. Non solo. È responsabile di un'ampia gamma di patologie tra cui i condilomi, le lesioni cervicali e le neoplasie anogenitali. A differenza di tutti gli altri tumori, il cancro al collo dell'utero ha una causa certa: il Papillomavirus Umano. Per questo è così importante informarsi sull'HPV per prevenirlo e combatterlo. . Diffuso in tutto il mondo Il Papillomavirus è diffuso fino al 75% della popolazione sessualmente attiva. Una percentuale che fa riflettere, soprattutto se si pensa che il picco d'infezione appartiene alle adolescenti e alle giovani adulte fino ai 25 anni d'età. C'è da dire che nella maggior parte dei casi (70-90%) l'infezione è transitoria e guarisce spontaneamente, quindi il tumore non si sviluppa. I dati sono comunque importanti e identificativi della situazione. Ogni anno il cancro al collo dell'utero viene diagnosticato a circa 470.000 donne delle quali 33.500 in Europa e 3.500 solo in Italia. Circa la metà delle donne colpite dalla malattia, muore: 15.000 i decessi in Europa, 1.100 in Italia. Per non parlare delle altre patologie: sono centinaia di migliaia le donne con condilomi genitali, lesioni precancerose, neoplasie anogenitali. . Come si trasmette L'infezione avviene attraverso i rapporti intimi. Il contagio dell'HPV, infatti, riguarda l'80% delle persone sessualmente attive, che attraverso un contatto fisico tra genitali si possono "passare" il virus. L'HPV è costituito da 100 tipi virali, chiamati anche genotipi. I genotipi sono suddivisi in due categorie: quelli a basso rischio, che possono portare a lesioni benigne (ad esempio i condilomi) e quelli ad alto rischio che sono spesso responsabili del cancro al collo dell'utero. I tipi più coinvolti nelle patologie a carico dell'apparato riproduttivo delle donne sono 4 e cioè: i tipi 6,11,16 e 18. I tipi 16 e 18 causano il 75% dei casi di cancro al collo dell'utero e il 70% dei tumori alla vulva e alla vagina. I tipi 6 e 11 sono coinvolti nel 90% dei condilomi genitali e nel 15% circa delle lesioni precoci del collo dell'utero. Fonte: HPV Papillomavirus
24/02/2010
TABELLA MINERALI I minerali svolgono una funzione molto importante per il nostro organismo, sono sostanze inorganiche e vengono assunte con la dieta. Si possono suddividere in due gruppi che corrispondono ad un'altra suddivisione in macro e microelementi. Al primo gruppo (macroelementi), indispensabili al nostro organismo, appartengono: calcio, fosforo, potassio, cloro, sodio e magnesio. Al secondo gruppo (microelementi), di cui abbiamo bisogno in quantità più ridotte, appartengono: ferro, zinco, selenio, iodio, cromo, fluoro, rame, manganese, molibdeno e cobalto. Una dieta equilibrata è importante affinché non manchino i minerali essenziali ad un regolare funzionamento dell'organismo. Minerale | dove si trova | a cosa serve | | Calcio | Grana, pecorino, emmenthal, groviera, provolone, fontina | Utile per la formazione delle ossa, nella coagulazione del sangue | Ferro | Fegato, carne, pesce, uova, grano, cereali integrali, vegetali verdi, e rossi lenticchie, radicchio, fagioli secchi, salsiccia di fegato, fiocchi di avena, lievito di birra | Trasporta l'ossigeno attraverso i tessuti | Fluoro | Frutti di mare e tè | Utile per la prevenzione della carie | | Fosforo | Frutta secca, formaggi, carne e pesce | Utile al buon funzionamento del sistema nervoso | | Iodio | Pesci e frutti di mare | Utile per il buon funzionamento della tiroide | Magnesio | Cacao, noci, cereali integrali, fagioli, piselli, vegetali verdi, soia, mandorle, lievito di birra, banane, arachidi, olive, fagioli secchi, pane, prezzemolo, cipolla | Utile per la trasmissione degli stimoli nervosi ai muscoli | Manganese
| tuorlo d'uovo, semi di girasole, germe di grano, cereali integrali, piselli, fagioli, lievito di birra, albicocche, asparagi, cipolla | Interviene nel metabolismo dei grassi | | Potassio | Vegetali verdi, arance, patate, banane, albicocche, lievito di birra, farina di soia, fagioli secchi, semi di girasole, cereali integrali, conserva di pomodoro, carne | Utile per il funzionamento dei muscoli e del cuore | Rame | fegato, cereali integrali, mandorle, vegetali verdi, pesce, frattaglie, legumi e ortaggi | Indispensabile per la formazione delle ossa, antinfiammatorio, utile contro artrite e disturbi del sistema nervoso | | Selenio | crusca, germe di grano, broccoli, cipolle, pomodori, tonno, alghe, cereali, pesce frattaglie | Protegge le cellule, ritarda l'invecchiamento e aiuta a prevenire il cancro | | Sodio | In buona quantità negli alimenti, poco nei vegetali | Regola la pressione sanguigna e la concentrazione dei liquidi del corpo |
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04/02/2010
Il prolasso vaginale Il prolasso vaginale è un prolasso, ovvero una fuoriuscita di una parte anatomica dalla sua normale sede di collocazione, che in questo caso riguarda l'apparato sessuale femminile. Generalmente per prolasso vaginale si intendono tre tipi di prolasso, ovvero le fuoriuscite al di fuori dell'entrata della vagina di una parte pelvica in particolare, o nei casi meno gravi di un suo tendenziale abbassamento verso l'entrata: il prolasso dell'utero, il prolasso della vescica (o cistocele) e quello rettale (o rettocele). I tipi di prolasso possono combinarsi tra loro e avere soglie di gravità più o meno maggiori. Il prolasso vaginale può avere cause ereditarie, legate a un'eccessiva fragilità della muscolatura pelvica e dei legamenti pelvici; il prolasso vaginale può avere cause traumatiche, legate ai parti e alle gravidanze (per problemi durante la fuoriscita del neonato dalla vagina, per il peso e la grandezza eccessiva del neonato, per il peso del pancione durante la gravidanza); il prolasso vaginale può avere cause chirurgiche (la conseguenza di un'isterectomia) e cause congenite (obesità). Infine il prolasso vaginale può verificarsi in età avanzata, per via di una vita sedentaria o in seguito a sforzi eccessivi a danno del pavimento pelvico, come in caso di persistente stipsi. Il prolasso vaginale è fastidioso e può anche legarsi alla comparsa di infeziosi rischiose per la salute della donna: esso si percepisce come un ingombro e la sensazione di qualcosa che esce dall'apertura vaginale, in particolar modo alla fine di una giornata o per uno sforzo. Esistono vari gradi di gravità del prolasso vaginale, ma quando gli organi spingono all'infuori le mucose, il problema è non solo di salute ma anche estetico. Al prolasso vaginale in genere si accompagnano sintomi come ritenzione e problemi di incontinenza sia urinaria che fecale, infezione delle vie urinarie, fenomeni infiammatori pù o meno seri. Attualmente la terapia risolutiva del prolasso vaginale è quella chirurgica con la ricostruzione del pavimento pelvico usando i legamenti pelvici preesistenti oppure delle protesi che agiscono da rete, ma ancora si discute sulla tollerabilità dei materiali utilizzati, mentre contro il prolasso vaginale la prima arma rimane la prevenzione, con ginnastica perineale per le puerpere, vita meno sedentaria, cura del proprio corpo. Fonte: Medicina e Benessere
28/01/2010 .
STUDIO SULL'OROLOGIO BIOLOGICO, ADDIO A 88% OVULI
DOPO I 30 PRECIPITA LA FERTILITA' DELLE DONNE
(AGI) - Londra, 27 gen. - L'orologio biologico per le donne ticchetta in modo inesorabile dopo i 30 anni, quando si assiste a un crollo della fertilita' superiore a quanto si supponeva. Per la prima volta uno studio scientifico ha monitorato la produzione di ovuli da parte della donna dal concepimento alla menopausa, scoprendo che a 30 anni una donna e' gia' pericolosamente vicina all'infertilita', conservando appena il 12 per cento degli ovuli che aveva alla nascita. Il che significa, spiegano i ricercatori inglesi della St.Andrews University nello studio pubblicato sulla rivista PlosOne, che dopo i 30 l'88% degli ovuli e' perso per sempre, e con loro buona parte delle possibilita' di restare incinte. Con il 40mo compleanno la situazione e' ancora piu' desolante, con appena il 3 per cento degli oltre due milioni di ovuli di cui ogni donna e' dotata alla nascita. Considerando che solo 450 circa dei due milioni di ovuli di partenza riesce a giungere a piena maturazione nell'arco della vita di una donna, e' chiaro che ridurre drasticamente il numero di ovuli, come succede alle over 30, ha effetti amplificati sulla possibiltia' di avere ancora cellule uovo pronte al concepimento. Un vero ammonimento per le donne, come sottolinea il ricercatore icercatore Tom Kelsey, della St Andrews University: "Ci sono donne in attesa della prossima promozione o di incontrare 'quello giusto'. Ma intanto non sanno quanto drasticamente declina la loro riserva ovarica dopo i 30. Ogni anno che passa si perde una grande parte dei propri ovuli. Il rapido declino della produzione di ovuli era gia' noto - chiarisce lo scienziato - ma questo e' il primo studio a tracciare il suo intero percorso, da prima della nascita fino alla fine degli anni di fertilita'". Lavorando insieme agli esperti dell'Universita' di Edimburgo, il dottor Kelsey ha letteralmente "contato" il numero di uova nelle ovaie di 325 donne di varie eta'. Le informazioni sono state poi inserite in un programma informatico che ha studiato in che modo la produzione e' diminuita con il tempo. L'analisi ha anche dimostrato che fino ai 25 anni gli stili di vita, fumo e alcol in primis, non hanno particolari effetti negativi sulla fertilita' di una donna. Dopo pero' le cose cambiano, e il modo in cui una donna che si prende cura del suo corpo ha un effetto marcato sulla fertilita'. -
19/01/2010
Mammografia: polemica negli UsaUna task-force governativa in rotta di collisione con l'American Cancer Society sulla frequenzaMILANO - Scoppia la polemica negli Usa dopo che una task force governativa è entrata in contrasto con le posizioni da anni sostenute dall’American Cancer Society. Va fatta una mammografia ogni due anni a partire dai 50 d’età (per le donne che non appartengono alla categorie a rischio) mentre l’auto-palpazione è inutile, dicono ora gli esperti dei Servizi di Prevenzione statale (la cui decisione pesa anche sui tariffari dei rimborsi previsti dalle compagnie assicurative Usa). E sottolineano che con il sistema attuale (una mammografia annuale dai 40 anni in poi e l'autopalpazione) si va incontro a troppo stress per i controlli, troppi falsi positivi e inutili allarmismi, troppe biopsie non necessarie. Insomma, più danni che benefici. «Bisogna fare il test di screening annualmente a partire dai 40 anni» ribadisce invece Otis Brawley, direttore della Cancer Society, perché è in questo modo che negli ultimi anni si è drasticamente ridotto il tasso di mortalità per il cancro al seno. E le donne americane? Stando a quelle intervistate per un servizio dell’Associated Press vivono sì con angoscia i controlli ogni anno e sono preoccupate dall’ipotesi di interventi e cure inutili, ma per ora restano in maggioranza fedeli agli screening: «Meglio un controllo in più oggi, che un rimorso domani». ITALIA, LA SITUAZIONE ATTUALE – E nel nostro Paese come vanno le cose? Riassumendo, si potrebbe dire che rispetto alla diatriba americana proseguiamo nel giusto mezzo. Sono attive campagne di screening, organizzate dalle Regioni, che prevedono una mammografia ogni due anni nelle donne tra i 50 e i 69 anni. «Le indicazioni derivanti da studi effettuati negli ultimi anni e ora disponibili, paiono però favorevoli all’abbassamento dell’età per essere inserite negli screening», commenta Eugenio Paci, collaboratore dell’Osservatorio nazionale Screening e direttore scientifico di Laziosanità. Così alcune Regioni, oltre all’Emilia Romagna, di recente hanno valutato l’ipotesi di includere anche donne più giovani e più anziane. Molti specialisti, ora però concordano che la migliore strategia preventiva preveda annualmente, a partire dai 40-45 anni, esame mammografico a entrambe le mammelle e visita senologica. E, per chi ha dei casi di tumore al seno in famiglia, sarebbe opportuno anticipare le visite ai 35 anni. Così come è consigliabile, proseguire i controlli anche dopo i 70 anni. «L’età per il primo esame va portata per tutte le italiane ai 45, come indicano le ultime evidenze scientifiche - afferma Pierfranco Conte, direttore del Dipartimento Integrato di Oncologia ed Ematologia del Policlinico universitario di Modena e presidente del congresso -. Dai 45 ai 50 la mammografia va ripetuta ogni 12 mesi e successivamente ogni 24». Così l’Emilia Romagna, prima regione nel nostro Paese, dal primo gennaio anticiperà lo screening di cinque anni rispetto allo standard attuale. NON SOLO LA MAMMOGRAFIA – «Esiste però una controversia sull’affidabilità del test su donne giovani – precisa Paci –. Nelle 40-49enni, infatti, il seno tende ad essere più denso (con una minore quantità di tessuto adiposo) e la densità interferisce con l'esame radiologico, rendendo meno chiara la mammografia in età pre-menopausa». Inoltre, per limitare i costi (e gli sprechi, quando le indagini radiologiche sono inutili) e ridurre al minimo il rischio di falsi allarmi, la mammografia dovrebbe sempre essere valutata in comparazione con gli esami che la paziente ha precedentemente effettuato. Mentre per le donne «a rischio», con una predisposizione genetica per le mutazioni dei geni Brca1 e Brca2 o con una storia familiare di tumori (parenti di primo grado - mamma, sorella, zia, figlia – colpite dalla malattia), è fortemente consigliato sottoporsi, soprattutto in giovane età, anche a una risonanza magnetica, più sensibile nell’individuare lesioni piccole o nascoste. «E poi c’è l’ecografia – aggiunge Alberto Luini, responsabile della senologia all’Istituto europeo di oncologia di Milano -: un esame fondamentale che consente, specie nelle donne giovani, di scoprire tumori in fase precoce e non palpabili, oltre a essere raccomandato nei controlli di chi presenta familiarità o rischio genetico». , possibilità di esaltare l’immagine con evidenti vantaggi specialmente per l’asportazione di lesioni endometriosiche, minor rischio di aderenze, minor perdita ematica, più rapido recupero post operatorio. Inoltre, l’endoscopia si presta particolarmente ad un approccio chirurgico conservativo. LO SCREENING SALVA LA VITA - Grazie all’effetto combinato di diagnosi precoce e maggiore efficacia delle terapie, oggi la sopravvivenza per il tumore al seno (che colpisce 38mila italiane ogni anno) supera il 90 per cento. Ma resta la più frequente causa di decessi nel sesso femminile fra i 35 e i 44 anni, con 7.800 casi stimati nel nostro Paese nel 2008. «Vanno quindi sensibilizzate le donne ad aderire alla mammografia – sottolinea Conte -, ma è anche necessario che la soglia per gli screening sia abbassata a 45 anni in tutto il territorio nazionale». Nel frattempo, va ricordato che dopo la Legge Veronesi del 2001, le donne dai 45 anni in poi, con cadenza biennale, possono effettuare gratis l’esame mammografico presso le Asl. E sono molte quelle che già usufruiscono di questa opportunità spontaneamente, prima quindi di raggiungere l’età minima per essere reclutate nelle campagne di prevenzione regionali. PREVENIRE IL CANCRO CON DIETA E GINNASTICA - «Se è vero che va incentivata l’adesione agli screening – conclude Conte - si può inoltre intervenire a monte per ridurre il livello di rischio, in particolare facendo attenzione all’alimentazione e al movimento fisico». Le donne che praticano sport con regolarità, infatti, possono abbassare del 20 per cento le probabilità di ammalarsi. E anche le pazienti possono trarne enormi benefici sia in termini di qualità della vita (riduzione del dolore e della fatigue) che di possibili ricadute. Meno grassi, zuccheri e alimenti di origine animale, dunque, e più cereali non raffinati, legumi, verdure. Pochissimo alcol e attività fisica ogni volta che è possibile.
07/01/2010 Tutte le tecniche per la fecondazione
AIH, Inseminazione artificiale intrauterina: utilizza il seme del partner ed e' indicata in donne come meno di 45 anni (eccetto i casi di occlusione tubarica, grave danno alle tube, scarsa qualita' ovocitaria e grave sterilita' maschile). Viene utilizzata come 'primo approccio' quando l'infertilita' e' associata ad endometriosi di stadio 1 e 2, anovularieta' e sterilita' maschile di medio grado. La donna viene stimolata con farmaci per indurre la crescita di piu' follicoli nelle ovaie, dopodiche' un campione di seme del partner viene 'processato' in laboratorio per selezionare e concentrare gli spermatozoi mobili in un terreno di coltura. Il seme 'coltivato' viene deposto in utero, con una procedura ambulatoriale paragonabile ad una semplice visita ginecologica. Le percentuali di gravidanza dopo AIH variano dal 15 al 25%.
FIVET, Fecondazione in vitro:comporta il prelievo degli ovociti dalle ovaie, la loro fertilizzazione in laboratorio con gli spermatozoi del partner ed il trasferimento nell'utero degli embrioni che si sviluppano in laboratorio. La prima bebe' al mondo, 'figlia' della Fivet e' Louise Brown, nata nel luglio del '78 in Inghilterra. Il trattamento puo' essere usato con successo in tutte le donne, eccettuati i casi di grave fattore uterino di infertilita'. La donna viene stimolata con farmaci per indurre una crescita multipla follicolare, occorrono un minimo di 4-5 follicoli maturi per arrivare al compimento della tecnica. Le percentuali di gravidanza variano dal 25% a piu' del 50%.
ICSI, Microiniezione intraovocitaria dello spermatozoo:comporta la microiniezione di un singolo spermatozoo in un ovocita maturo. Anche in questo caso la donna si sottopone ad una stimolazione della crescita follicolare e all'aspirazione dei follicoli, per ottenere piu' ovociti maturi. La tecnica si raccomanda alle coppie con infertilita' dovuta ad un fattore maschile medio/severo e a chi ha subito un ciclo di Fivet senza successo. I tassi di fertilizzazione nella maggior parte dei centri di sterilita' e' di circa il 50% -70% degli ovociti iniettati.
MESA, Prelievo microchirurgico di spermatozoi dall'epididimo: tecnica effettuata in anestesia generale o locale, nei casi di assenza completa di spermatozoi nel liquido seminale (azoospermia). Prevede una piccola incisione dello scroto, che consente di portare allo scoperto il testicolo. Poi, con un sottilissimo ago si raccolgono gli spermatozoi in uno dei tubuli epididimari, che trasportano gli spermatozoi dal testicolo alle vie seminali. La tecnica non comporta complicanze di rilievo, un dolore moderato puo' protrarsi fino a 12 ore, eventuali ematomi dello scroto tendono a scomparire entro 48 ore.
TESE, Prelievo microchirurgico di spermatozoi dal testicolo: da un piccolo frammento di tessuto testicolare si prelevano spermatozoi maturi. Simile alla Mesa, la Tese viene preferita quando l'assenza di spermatozoi nel liquido e' causata da una ridotta produzione da parte del testicolo.
AHA, Assisted hatching: microassistenza all'apertura della zona pellucida dopo una fecondazione in vitro. Viene usata nel caso di coppie in cui lei ha piu' di 38 anni quando si e' sottoposta ad un ciclo Fivet con o senza Icsi, per aprire un varco nel'guscio' che racchiude l'embrione. L'embrione viene poi lavato piu' volte e ritorna nell'incubatore fino al momento del transfer. Diversi studi dimostrerebbero che il procedimento in alcuni casi aumenta le possibilita' di impianto dell'embrione, una volta trasferito in utero. Tra le ultime novita', una nuova tecnica, tutta italiana, che permette di 'rivitalizzare' gli embrioni congelati, aumentando notevolmente le possibilita' di ottenere una gravidanza. Gli embrioni congelati, infatti, non hanno la stessa capacita' di impiantarsi rispetto a quelli 'freschi', per colpa soprattutto della degenerazione di alcune cellule. L'equipe del professor Ermanno Greco, direttore del Centro di Biologia e medicina della riproduzione dell'European Hospital di Roma, ha sperimentato un metodo che permette di eliminare le cellule 'guaste' prima dell'impianto. In questo modo le coppie sterili che si sottopongono a fecondazione assistita (con Icsi e Fivet) possono sperare nell'82% di possibilita' di successo per ogni ciclo di trattamento. La metodica consiste nel praticare un microforo con il raggio laser nella zona esterna dell'embrione (zona pellucida) e nell'introdurre una speciale micropipetta per aspirare e quindi rimuovere le cellule degenerate. L'embrione 'trattato' e' in grado di riprendere la sua normale capacita' evolutiva e quindi di produrre gravidanze nello stesso modo di un embrione fresco. ''Gia' 100 bambini - ha spiegato Greco- sono nati perfettamente sani, ed altri stanno venedo al mondo grazie a questa metodica''.
Negli Usa, invece, e' allo studio un sistema 'su misura' per uomini e donne totalmente sterili. Si tratta di nuove supercellule con solo meta' del patrimonio genetico del 'proprietario', da impiegare come 'sostitute' di spermatozoi ed ovociti in caso di infertilita'. Ci stanno lavorando, a New York, i ricercatori della Cornell University, che si sono concentrati sulle cellule della granulosa, all'interno del follicolo ovarico. Sperimentato con successo sugli animali, questo studio potrebbe rendere inutile il ricorso alla clonazione riproduttiva.
Fonte: Italia Salute . .
INVITO AL CONCERTO DI NATALE Roma 19 dicembre 2009 Parco della musica “Auditorium” ore 18:00 Il Gruppo Scientifico per l’endometriosi profonda dell’Istituto di Ginecologia e ostetricia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma – Policlinico Gemelli, ha organizzato per il giorno 19 dicembre 2009 presso l’Auditorium Parco della Musica in Roma, un Concerto di Natale dedicato alle donne affette da endometriosi.
Tutte le interessate dovranno confermare la loro partecipazione chiamando la Segreteria Organizzativa (Dott.ssa Chiara Calance) al numero 06-30.155.131 dal luned’ al venerdì dalle ore 09:00 alle 13:00, oppure al numero 327-54.59.866
La partecipazione per le donne è gratuita. Per l'eventuale accompagnatore il biglietto è al presso speciale di € 25,00 . . .
Desidero ringraziare il Prof. F. De Cicco e i Suoi collaboratori per aver realizzato questa importante iniziativa. E' ammirevole il loro costante impegno nei confronti delle donne affette da endometriosi. . Sonia Fiorini Presidente
. . 04/11/2009 Prevenzione secondariaDiagnosi precoce grazie agli screeningScreening contro il tumore al collo dell'uteroIL TUMORE AL COLLO DELL'UTERO (o della cervice uterina) colpisce il collo dell'utero, cioè la parte più bassa dell'utero che sporge in vagina. In Italia, annualmente, sono diagnosticati circa 9 casi ogni 100.000 donne e circa 1.000 donne muoiono per questa malattia. Il tumore è preceduto da alterazioni del tessuto che riveste il collo dell'utero, chiamate displasie. Non tutte le displasie evolvono fino a trasformarsi in tumore e, comunque, sono necessari molti anni (10-15) prima che si manifesti la malattia. Mediante il Pap-test è possibile identificare precocemente queste displasie e curarle efficacemente con terapie ambulatoriali, prima che si sviluppi il tumore. Il Pap test È un esame semplice e non doloroso, che si esegue prelevando con una spatola e uno spazzolino il materiale presente sul collo dell'utero, che viene "strisciato" e fissato su un vetrino e quindi analizzato in laboratorio. Perché riesca al meglio, il test va eseguito: - ad almeno tre giorni dalla fine delle mestruazioni e in assenza di perdite di sangue
astenendosi da rapporti sessuali nei due giorni prima dell'esame evitando ovuli, creme o lavande vaginali nei tre giorni precedenti il test. Test di screeningNell'ambito dei programmi di screening regionali si invitano le donne di età compresa tra i 25 e i 64 anni a effettuare un Pap test ogni tre anni. Tale esame consente una diagnosi precoce del tumore, che può essere così individuato in una fase molto iniziale e curato efficacemente. Alle donne che aderiscono al programma ed effettuano il test, il Centro di Screening, se il Pap test risulta negativo, invia una lettera con l'esito e con l'impegno ad un nuovo invito dopo tre anni. Se invece l'esame rileva la presenza di qualche alterazione, il Centro invita l'interessata a sottoporsi alla colposcopia, un esame che permette di vedere le eventuali alterazioni. A volte l'esame è accompagnato da una biopsia, cioè un prelievo di una piccola quantità di tessuto dal collo dell'utero. In ogni caso, eventuali displasie evidenziate dalla colposcopia si possono curare quasi sempre ambulatorialmente.
Fonte: Ministero del Lavoro della Salute e delle Politiche Sociali . 27/10/2009 Trasferimento all'estero per cure di altissima specializzazione Il sistema sanitario italiano è strutturato in modo da assicurare, a tutti i cittadini residenti, le prestazioni in forma gratuita, ad esclusione dell’eventuale ticket, erogate sul territorio nazionale dalle strutture pubbliche o private accreditate. L’assistenza sanitaria all’estero, preventivamente autorizzata, è consentita, in via di eccezione, solo per le prestazioni di altissima specializzazione che non siano ottenibili nel nostro Paese tempestivamente o in forma adeguata alla particolarità del caso clinico. QUAL È LA PROCEDURA ? Per avere l’autorizzazione al trasferimento per cure: - L’interessato, o chi per esso, deve presentare all’Azienda sanitaria locale di appartenenza:
- la domanda
- la proposta di un medico specialista
- l’ulteriore documentazione eventualmente prescritta da disposizioni regionali
ATTENZIONE - La proposta del medico specialista deve essere adeguatamente motivata in ordine all’impossibilità di fruire delle prestazioni in Italia tempestivamente o in forma adeguata al caso clinico. Si precisa che è considerata valida la proposta fatta da un medico specialista sia pubblico che privato. La proposta del medico deve contenere l’indicazione della struttura estera prescelta per la prestazione.
L’Azienda sanitaria locale provvede, secondo modalità stabilite dalla Regione, alla trasmissione della domanda e della documentazione al Centro di Riferimento Regionale (CRR) territorialmente competente. Il Centro di riferimento, valuta la presenza dei requisiti richiesti (impossibilità di ricevere le cure necessarie, tempestivamente in Italia o in forma adeguata alla particolarità del caso clinico) e l'appropriatezza della struttura estera. Comunica, poi, all’Azienda sanitaria locale competente il proprio parere motivato. L’Azienda sanitaria locale, acquisito il parere del centro, provvede o meno al rilascio dell’autorizzazione dandone comunicazione all’interessato ed al Centro predetto. - In caso di accoglimento della domanda:
se la struttura estera è privata, la ASL rilascia autorizzazione scritta all’interessato che dovrà anticipare le spese autorizzate, per le quali potrà chiedere il rimborso alla propria ASL, al rientro in Italia (su presentazione della documentazione necessaria) se la struttura è pubblica o privata convenzionata, la ASL provvede a rilasciare un formulario E 112 (se è per uno Stato comunitario) o un formulario analogo (se si tratta di uno Stato convenzionato) e l’assistenza viene erogata in forma gratuita.
ATTENZIONE - Le cure di mantenimento o di controllo, anche se riferite ad una precedente autorizzazione, devono essere preventivamente autorizzate dalla ASL, sentito il Centro di Riferimento Regionale per cui, ogni qualvolta si presenta questa necessità, deve essere presentata domanda di autorizzazione secondo la stessa procedura su opra indicate.
COSA FARE IN CASO DI PARERE NEGATIVO? In caso di rigetto della domanda di autorizzazione l’interessato può presentare ricorso:
- In caso di rigetto della domanda di rimborso delle spese, l’interessato può ricorrere:
- alla magistratura ordinaria (giudizio di 1° grado)
- alla magistratura ordinaria di appello (giudizio di 2° grado)
- alla magistratura di Cassazione (giudizio di 3° grado)
Fonte: Ministero della Salute 22/10/2009 ENDOMETRIOSI: UNA PATOLOGIA TANTO FREQUENTE QUANTO SCONOSCIUTA
L'Avis San Pancrazio (PR) ha organizzato una serata informativa sull'endometriosi che si terrà venerdì 23 ottobre presso la sede Avis a San Pancrazio in Via Mori 5/a alle h 20.45. Relatori della serata saranno Il Dott. Stefano Raboni, specialista in ginecologia e ostetricia Azienda Ospedaliera Universitaria di Parma e Sonia Fiorini, la nostra presidente. L'incontro è gratuito e aperto alla cittadinanza. . 21/10/2009 Sindrome di Asherman Cos’è la Sindrome di Asherman? La Sindrome di Asherman, o aderenze intrauterine o sinechie, è una patologia intrauterina acquisita, caratterizzata dalla formazione di aderenze (tessuto cicatriziale) nell’utero. In molti casi le pareti anteriore e posteriore dell’utero si accollano l’una all’altra. In altri casi le aderenze si formano solo in una piccola parte dell’utero. L’estensione delle aderenze determina se il caso è lieve, moderato o grave. Le aderenze possono essere sottili o spesse, possono essere localizzate solo in alcune zone o possono essere confluenti. Sono generalmente non vascolarizzate, un elemento importante che aiuta nel trattamento. Sintomi La maggior parte delle pazienti con la Sindrome di Asherman hanno mestruazioni molto scarse o assenti (amenorrea) ma altre hanno cicli normali. Alcune pazienti non hanno mestruazioni ma avvertono dolori ogni mese in corrispondenza del periodo in cui il loro ciclo dovrebbe normalmente arrivare. Il dolore potrebbe indicare che la mestruazione sta avvenendo ma che il ciclo è impossibilitato ad uscire a causa delle aderenze che bloccano la cervice. Anche poliabortività e infertilità potrebbero essere considerati come altri sintomi. Cause La Sindrome di Asherman si verifica quando un trauma all’endometrio impedisce il normale processo di risanamento facendo sì che le aree danneggiate si fondano insieme. Generalmente le aderenze intrauterine ricorrono dopo una revisione strumentale della cavità uterina (D&C o curettage, in gergo il “raschiamento”) effettuata a causa di un aborto ritenuto o incompleto o a causa di una ritenzione placentare, con o senza emorragia dopo un parto, o a seguito di un aborto elettivo. Le revisioni legate ad una gravidanza costituiscono il 90% dei casi di Asherman (2). A volte le aderenze si formano a seguito di altri tipi di interventi chirurgici all’utero come un taglio cesareo, interventi per rimuovere fibromi o polipi, o nei paesi in via di sviluppo, come risultato di infezioni come una tubercolosi genitale (3) e schistosomia (4). Il rischio di sviluppare l’Asherman da una revisione è del 25% se effettuato tra la seconda e la quarta settimana post parto (5-8). Allo stesso modo le revisioni portano a sviluppare l’Asherman nel 30,9% delle procedure effettuate per aborto ritenuto e nel 6,4% per aborto incompleto (2). Il rischio di sviluppare l’Aherman è maggiore in rapporto al numero di revisioni effettuate; dopo una sola revisione il rischio è il 16% mentre dopo 3 o più revisioni il rischio sale al 32% (9). Ogni caso di Sindrome di Asherman è diverso dagli altri e la causa deve quindi essere determinata su base individuale. In alcuni casi, l’Asherman potrebbe essere stato causato da una revisione troppo aggressiva. Tuttavia si considera che questo spesso non sia il caso. La placenta potrebbe essersi attaccata in maniera molto profonda all’endometrio oppure potrebbe esserci stata un’attività fibrotica dei prodotti ritenuti del concepimento, in entrambi i casi potrebbe essere difficile rimuovere i tessuti ritenuti senza causare danni allo strato basale dell’endometrio.
Esiste una variante della Sindrome di Asherman molto più difficile da trattare. Si tratta della cosiddetta “unstuck Asherman” (Asherman non incollata n.d.r.) o sclerosi endometriale. In questa situazione, che potrebbe coesistere con la presenza di aderenze, le pareti dell’utero non aderiscono tra loro ma purtroppo l’endometrio è stato denudato. Sebbene una revisione possa causare questa condizione, ciò avviene generalmente dopo un intervento chirurgico all’utero, come una miectomia. In questi casi l’endometrio, o comunque il suo strato basale, è stato rimosso o distrutto. Incidenza Si ritiene che i casi Sindrome di Asherman siano sottostimati a causa della quasi impossibilità di diagnosticarla con le più comuni procedure come l’esame ecografico. Si stima che questa condizione affligga 1,5% delle donne che si sottopongono ad isterosalpingografia (10), tra il 5 e il 39% delle donne con aborti ricorrenti (11-13), e fino al 40% delle pazienti che sono state sottoposte a revisione a causa della ritenzione di prodotti del concepimento a seguito di un parto o di un aborto incompleto. Diagnosi L’isteroscopia, con la diretta visualizzazione dell’utero, rappresenta il metodo più affidabile di diagnosi. Altri metodi sono la sonoisterografia (SIS) e l’isterosalpingografia (ISG). Prevenzione Idealmente la prevenzione sarebbe la miglior soluzione. E’ stato suggerito sin dal 1993 che l’incidenza delle aderenze intrauterine IUA potrebbe essere più bassa utilizzando lo svuotamento medico (es. Misoprostol) dell’utero, evitando così l’utilizzo di strumenti all’interno dell’utero. Oggi, uno studio supporta questo idea, mostrando che le donne trattate per aborto ritenuto con misoprostol non sviluppano aderenze, mentre il 7,7% di quelle sottoposte a revisione sviluppano IUA (15). Il vantaggio del Misoprostol è che può essere usato per lo svuotamento non solo a seguito di aborti, ma anche a seguito di una nascita in caso di placenta ritenuta o di emorragia. In alternativa, la revisione potrebbe essere eseguita sotto controllo ecografico piuttosto che alla cieca. Ciò consentirebbe al chirurgo di smettere di raschiare l’endometrio quando tutti i tessuti ritenuti sono stati rimossi evitando danni. Il monitoraggio precoce della gravidanza per identificare aborti può prevenire lo sviluppo di, o se del caso evitare la ricorrenza, dell’Asherman, visto che più lungo è il periodo che intercorre tra la morte fetale e la revisione e maggiore è il rischio che si sviluppino aderenze (2). Quindi lo svuotamento immediato a seguito della morte fetale potrebbe prevenire le IUA. Non ci sono prove che suggeriscano che la revisione con isterosuzione possa avere minori probabilità di far sviluppare l’Asherman rispetto alla revisione tradizionale con currette. Sono stati riportati casi di Asherman anche a seguito di suzione-aspirazione manuale (16) e il tasso di casi di Asherman non è sceso dallì’introduzione della revisione con isterosuzione. Trattamento La Sindrome di Asherman dovrebbe essere trattata per via isteroscopica (a volte assistita per via laparoscopica) da parte di un chirurgo molto esperto. I pochi chirurghi sufficientemente esperti da trattare i casi gravi di Sindrome di Asherman raccomandano di evitare l’uso di fonti di energia all’interno dell’utero (ciò significa che la rimozione delle aderenze dovrebbe avvenire con l’uso di forbici piuttosto che con strumenti che generano energia come resettoscopi e lasers, sebbene non tutti i chirurghi siano d’accordo su questo). Le aderenze hanno la tendenza a riformarsi specie nei casi più gravi. Esistono diversi metodi per prevenire la riformazione di aderenze dopo un intervento correttivo per la Sindrome di Asherman. Molti chirurghi prescrivono una supplementazione di estrogeni per stimolare il risanamento dell’utero e la crescita dell’endometrio e inseriscono un dispositivo (tipo “palloncino” n.d.r. “split” o “balloon”) per prevenire il contatto tra le pareti dell’utero nell’immediata fase post-operatoria di recupero. Altri chirurghi raccomandano isteroscopie ambulatoriali con cadenza settimanale dopo l’intervento principale per rimuovere ogni nuova aderenza che si formi dopo l’intervento principale. Al momento non esistono studi che confermino quale metodo di trattamento abbia maggiori probabilità di avere successo, cioè di fare rimanere l’utero o la cervice libera da aderenze e ripristinare la fertilità. References Valle RF, and Sciarra JJ. Intrauterine adhesions: Hystreoscopic diagnosis, classification, treatment and reproductive outcome. Am J Obstet 1988; 158:1459-1470.
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Friedler S, Margalioth EJ, Karfka I, Yaffe H. Incidence of post-abortionintrauterine adhesions evaluated by hysteroscopy-a prospective study. Hum Reprod 1993; 8:442-4.
- Dmowski WP, Greenblatt RB. Asherman’s syndrome and risk of placenta accreta. Obstet Gynecol 1969; 34:288-299.
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. 20/10/2009 EMICRANIA NELLE DONNE CON ENDOMETRIOSI Nel numero di dicembre 2004 (1) di Human Reproduction abbiamo pubblicato uno studio, con il quale abbiamo dimostrato che le donne affette da endometriosi hanno un più alto rischio di soffrire di emicrania. I risultati preliminari di questa ricerca sono stati presentati al congresso annuale dell’American Society for Reproductive Medicine, che si è svolto a Filadelfia nell’ottobre 2004. Il nostro gruppo di ricerca ha preso in esame 133 pazienti affette da endometriosi ed un gruppo di controllo composto da 166 donne; tutte queste donne sono state sottoposte a laparoscopie per la diagnosi ed il trattamento di cisti ovariche, neoplasie uterine benigne, dolore pelvico ed infertilità. Tutte le pazienti, che hanno riferito di aver avuto almeno un attacco di cefalea nell’ultimo anno, sono state visitate da un neurologo specialista in cefalea che ha diagnosticato e classificato la cefalea secondo i criteri proposti nel 1988 dall’International Headache Society (IHS) (2). Nella nostra popolazione, un terzo delle pazienti affette da endometriosi lamentava emicrania (e più del 13% riferiva la presenza di aura prima dell’insorgere della cefalea); tale prevalenza dell’emicrania è risultata significativamente maggiore rispetto a quella osservata nel gruppo di controllo, in cui solo il 15% dei soggetti lamentava emicrania. Le pazienti affette da endometriosi non hanno attacchi più frequenti o dolore più intenso rispetto al gruppo di controllo con emicrania ed, e l’intensità dei sintomi non è correlata alla severità dell’endometriosi. Le pazienti affette da endometriosi hanno riferito un’età più precoce d’insorgenza dell’emicrania rispetto ai controlli, 16,4 anni contro i 21,9 anni. È stimato che il 5% delle donne in età riproduttiva sia affetto da endometriosi e che, Europa e negli Stati Uniti, una percentuale compresa tra il 15% ed il 19% delle donne in questo gruppo di età soffra di emicrania. Alla luce dei dati emersi dal nostro studio, circa 2 su 100 donne in età riproduttiva potrebbero essere affette da entrambe queste condizioni morbose. Dai dati del nostro studio emergono alcune considerazioni. Le donne affette da emicrania spesso non si rivolgono allo specialista più appropriato; è stato, ad esempio, riportato che più di 4 su 5 pazienti che si sono rivolte ad un medico per i loro attacchi di cefalea non si sono rivolte ad un neurologo o ad uno specialista in cefalea. Invece, si sono affidate al loro medico di base o al loro ginecologo. Nel nostro studio circa il 27% delle donne affette da endometriosi ed il 24% dei controlli è stato visitato da uno specialista in cefalea e questo basso tasso di diagnosi di emicrania ha avuto come risultato bassi tassi di ricorso a trattamenti specialistici. L’aumentata incidenza di emicrania nelle donne con endometriosi è stata successivamente confermata da uno studio condotto nel Medical College dell’Ohio, negli Stati Uniti (3). Tutti i ginecologi dovrebbero sempre chiedere alle loro pazienti con endometriosi nota o sospetta se soffrono di cefalea. Se tale patologia è presente, dovrebbe essere fortemente consigliata una valutazione da parte di un neurologo. Quando endometriosi ed emicrania sono contemporaneamente presenti, ciascuna condizione morbosa esercita un significativo effetto negativo sulla qualità della vita della donna. Con una diagnosi ed una terapia adeguate si possono ridurre notevolmente il dolore ed i sintomi associati all’emicrania. Si sa che l’emicrania, ed in particolare l’emicrania con aura, è un fattore di rischio per insorgenza di ischemia cerebrale in donne in età riproduttiva. Sebbene il rischio assoluto di ictus sia estremamente basso, è importante che le donne affette da endometriosi in terapia ormonale siano studiate per quanto riguarda l’emicrania e la diagnosi dovrebbe essere posta da uno specialista in cefalea. Se l’emicrania si sviluppa o aumenta durante la terapia stessa, può essere prudente cambiare la terapia ormonale. | Bibliografia | 1. Ferrero S, Pretta S, Bertoldi S, Anserini P, Remorgida V, Del Sette M, Gandolfo C, Ragni N. Increased frequency of migraine among women with endometriosis. Hum Reprod 2004;19:2927-2932. 2. Headache Classification Committee of the International Headache Society. Classification and diagnostic criteria for headache disorders, cranial neuralgias and facial pain. Cephalalgia 1988;8:1-96. 3. Tietjen GE, Conway A, Utley C, Gunning WT, Herial NA. Migraine is associated with menorrhagia and endometriosis. Headache 2006;46:422-428. |
08/10/2009 Stress premonitore di infarto ischemicoCondizioni di stress psicologico potrebbero essere associate a episodi d'infarto ischemico. È quanto emerge da uno studio apparso su Bmc Medicine che ha coinvolto 600 pazienti colpiti da infarto ischemico, di età compresa tra 18 e 69 anni, e altrettanti controlli incrociati per sesso ed età. Attraverso specifici questionari distribuiti ai partecipanti, situazioni di stress sono risultate indipendentemente correlate all'infarto ischemico. L'associazione è stata evidenziata per eventi a carico di arterie di grosso calibro, di piccolo calibro, per stroke criptogenico ma non cardioembolico. "La correlazione in precedenza riportata tra stress e problemi coronarici sembrerebbe valere anche per l'infarto ischemico e dato particolarmente interessante è che essa risulterebbe variare a seconda del sottotipo di infarto" ha dichiarato Katarina Jood, neurologa presso il Sahlgrenska University Hospital. "La nostra indagine sottolinea la necessità di ulteriori studi prospettici, in cui far rientrare i diversi sottotipi di infarto, al fine di stabilire se lo stress possa effettivamente essere considerato un fattore di rischio di infarto ischemico". (L.A.)
Bmc Medicine 2009, doi:10.1186/1741-7015-7-53 17/09/2009 Chirurgia mininvasiva con il robot daVinci La chirurgia robotica costituisce la forma più sofisticata di chirurgia mininvasiva. La robotica supera le difficoltà e le limitazioni della chirurgia laparoscopica permettendo di estendere i benefici della mininvasività ad interventi complessi. La chirurgia minivasiva, infatti, consente ridotte perdite ematiche e di conseguenza minor necessità di trasfusioni, minor dolore postoperatorio, una più rapida ripresa. Tutti i tipi di interventi, soprattutto quelli più complessi, possono, grazie al robot, essere eseguiti con tecnica mininvasiva. “Credo che la chirurgia minivasiva rappresenti una vera rivoluzione - osserva il Prof. Pier Cristoforo Giulianotti, Presidente MIRA, Direttore della divisione di chirurgia robotica dell’Illinois University di Chicago e Direttore della Scuola Internazionale di Chirurgia Robotica di Grosseto. Il terzo millennio ha iniziato la sua storiamedicina, con la chirurgia mininvasiva, il cui apice è rappresentato dalla chirurgia robotica. Questa consente ai chirurghi di affrontare gli interventi più complessi della chirurgia generale e di quelle specialistiche, mantenendo la mininvasività. La chirurgia robotica è anche l’inizio della virtualizzazione totale: apre le porte ad un futuro, che è dietro l’angolo, di interventi eseguiti a distanza, fra diverse città in connessione, diversi Paesi, diversi continenti”. In Italia, sottolinea il Prof. Giulianotti, “pur fra molte difficoltà economiche è stato possibile realizzare importanti realtà: a Grosseto, in particolare, è nata una scuola di medicina robotica che è un vero gioiello, una delle poche realtà di questo tipo in Europa. La scuola comprende un laboratorio dotato di un sistema robotico (il robot daVinci) con autorizzazione alla sperimentazione animale da parte del Ministero e di un’aula di video conferenza, collegata via Internet con il resto del mondo”. Quanto alla diffusione della robotica in Italia, il Professor Giulianotti osserva: “La velocità con cui si diffondono le tecnologie robotiche nella società medica americana è maggiore rispetto a quella italiana, in parte perché il sistema sanitario è strutturato per favorire la competitività degli ospedali e delle organizzazioni sanitarie. Non appena si è avuta dimostrazione scientifica della superiorità della chirurgia robotica, le istituzioni e gli ospedali hanno fatto a gara per rispondere prontamente e in modo qualitativo ad una tale richiesta del mercato. Credo che presto ciò avverrà anche in Italia. D’altra parte, quando è dimostrato che una tecnica è più vantaggiosa di un’altra, si pone anche il problema etico di adeguarsi e di offrire a tutti i cittadini la migliore terapia”. “I benefici di questo tipo di chirurgia vanno a compensare ampiamente i costi, che sono più elevati rispetto a quelli della chirurgia tradizionale. Grazie al fatto che il decorso operatorio è più veloce, e quindi il paziente può riprendere la sua occupazione in minor tempo, il costo più elevato di questi tipi di interventi viene così ammortizzato. Entro pochi anni l'80-85% della chirurgia 'aperta' sara' effettuato con queste macchine”. D’altra parte, come evidenzia il Prof. Satava “Il robot è un sistema di informazioni che ha occhi e mani e, dunque, i chirurghi di tutto il mondo non potranno evitare di utilizzare la chirurgia robotica”. “il pioniere della chirurgia robotica” - così il Prof. Giulianotti definisce il Prof. Garth H. Ballantyne, Hackensack University Medical Center - opera in laparoscopia dal 1991 e definisce questa tecnica “difficile”, e pertanto poco utilizzata e faticosa per il chirurgo, oltre che obsoleta, in quanto la visione in laparoscopia è ancora bidimensionale, mentre la chirurgia robotica consente una visione tridimensionale. “Questo facilita gli interventi di isterectomia e prostatectomia, e in un futuro sarà possibile utilizzare questa metodica anche nelle chirurgia del retto”, afferma il Prof. Ballantyne. Per quanto concerne il trapianto del rene la tecnica robotica ha consentito di effettuare diversi interventi dal 2001 ad oggi senza dover ricorrere a trasfusioni di sangue e minimizzando il problema del dolore patito dai donatori. “Nel caso del cancro del polmone - aggiunge il Prof. Benedetti - con una piccola incisione è possibile rimuovere la lesione tumorale senza dover effettuare l’apertura delle costole; questa tecnica andrà a sostituire all’80% la chirurgia tradizionale”. Nel caso della chirurgia epatica vi sono enormi vantaggi per il paziente che non dovrà più subire un'incisione sotto-costale della lunghezza di 45 cm ma solo 3 piccole incisioni, con un'importante riduzione delle perdite ematiche e la possibilità di essere dimesso dopo soli due giorni dall'intervento. In ginecologia, vi sono alcuni campi di applicazione in cui i vantaggi della chirurgia robotica sono particolarmente evidenti. E' questo il caso dell'asportazione del fibroma dell'utero, dell'isterectomia o dell'endometriosi dove si riesce ad operare al meglio, nonostante i campi di applicazione siano ristretti e molto profondi. In ognuno di questi casi, la chirurgia robotica facilita il decorso post-operatorio. Un caso in cui la chirurgia robotica si rivela particolarmente efficace - talvolta indispensabile - è l'asportazione del tumore all'utero in pazienti affetti da obesità. Le particolari condizioni del soggetto obeso rendono necessario il ricorso alla robotica. Il dottor Vipul Patel, luminare di fama internazionale in campo urologico, Direttore della robotic and minimally invasive urologic surgery, Ohio State University Medical Center, nel corso della sua carriera di chirurgo, ha compiuto più di 2000 interventi di prostatectomia radicale, utilizzando esclusivamente il sistema robotico daVinci. L'ultimo intervento è stato eseguito su un uomo italiano di 55 anni, affetto da tumore alla prostata. L'intervento è durato un'ora e dieci e il paziente deambulava già a partire dal pomeriggio ed è stato dimesso due giorni dopo. La peculiarità di questo intervento si compie nella fase successiva all'asportazione della prostata: è possibile, infatti, ricostruire l'integrità anatomica del sistema deputato alla continenza, con una semplice modifica chirurgica che consente di ottenere una continenza molto più rapida. Questa metodica è stata proposta dall'urologo milanese Rocco ed è stata pubblicata su Riviste Scientifiche Internazionali. I cosiddetti "punti Rocco" o "Rocco Steaches" sono adottati da Vipul Patel e da i più importanti urologi al mondo.
. Informazioni e ufficio stampa ab medica S.p.A.
14/09/2009 MERCOLEDI’ (16 SETTEMBRE) - Senato: Commissione Bilancio – seguito esame disegno di legge norme in materia di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali. Modifica della disciplina in materia di astensione del giudice e degli atti di indagine. Integrazione della disciplina sulla responsabilita’ amministrativa delle persone giuridiche. - Senato: Commissione Pubblica istruzione – discussione in sede deliberante del disegno di legge sulla concessione di un contributo in favore della Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea – CDEC – organizzazione non lucrativa di utilita’ sociale. - Senato: Commissione Esteri – seguito dell’esame dei disegni di legge, delega al governo per perfezionare il riallineamento delle carriere del personale appartenente ai ruoli marescialli dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica a quelle del personale del ruolo ispettori dell’Arma dei carabinieri. Nuove norme in materia di personale in servizio permanente delle Forze armate e di tutela del personale femminile delle Forze armate. - Senato: Commissione Lavoro pubblici – seguito dell’esame congiunto dei disegni di legge in materia di sicurezza stradale Senato: commissione Lavoro: esame, in sede deliberante, dei disegni di legge riguardanti misure per il riconoscimento di diritti alle persone sordocieche. Norme per il riconoscimento della sordocecita’ quale disabilita’ unica. Riconoscimento dei diritti delle persone sordo-cieche (prosegue giovedi’). - Senato: Commissione Sanita’ – seguito della discussione congiunta dei disegni di legge: in materia di tutela della salute e per la prevenzione dei danni derivanti dal consumo dei prodotti del tabacco; in sede referente del disegno di legge per l’istituzione del registro nazionale dell’endometriosi e per la prevenzione e il trattamento. (AGI) 09/09/2009 Contraccezione orale: non sempre il peso aumenta Uno studio condotto presso la University of Texas Medical Branch a Galveston, ha individuato le donne a rischio di aumentare di peso in seguito all'uso di medrossiprogesterone acetato depot (Dmpa). Una scoperta che sfata la convinzione che tutte le donne vadano incontro agli stessi effetti sul peso corporeo assumendo Dmpa. I ricercatori hanno valutato, in una popolazione di 240 donne di 16-33 anni che aveva assunto Dmpa per almeno tre anni, i potenziali fattori predittivi di aumento di peso: età, etnia, obesità prima della terapia, variabili dello stile di vita (fumo, attività fisica) e peso acquisito nei primi sei mesi. Ebbene, solo quando il peso aumentava del 5%, nei primi sei mesi di assunzione (early gainers), le pazienti erano a rischio di continuare ad aumentare. In particolare, mentre il 75% delle donne che ne fanno uso, aumenta di poco o niente, le "early gainers" aumentano fino a 10 chili in tre anni. Infine, se precedenti studi hanno associato l'aumento di peso causato dalla contraccezione ormonale a un elevato indice di massa corporea (Imc), in questo lavoro un Imc più basso (<30) risultava più predittivo. Un effetto che si potrebbe spiegare con una maggiore concentrazione del farmaco nei tessuti della paziente con Imc <30, dal momento che il dosaggio non varia in funzione del peso corporeo. (S.Z.)
Obstet Gynecol. 2009 Aug;114(2 Pt 1):279-84.
08/09/2009 Per il benessere degli occhiQual è il modo più opportuno per utilizzare i colliri? Le avvertenze di Matteo Piovella, segretario della Società italiana di oftalmologia e dell'Associazione medici oftalmologi italiani (Soi/Amoi), per un uso appropriato. I colliri decongestionanti possono essere usati senza limitazioni? I colliri decongestionanti sono a base di potenti vasocostrittori e il loro uso indiscriminato può comportare problemi sia per la salute generale, poiché determina l'aumento della pressione arteriosa, sia per il benessere degli occhi, poiché induce una vasodilatazione con peggioramento dei sintomi e la necessità di somministrare sempre più spesso il collirio. In particolare, li si deve evitare se si è affetti da patologie cardiocircolatorie o respiratorie. Come scegliere quello più adatto caso per caso? Il tipo di collirio e l'opportunità dell'impiego devono essere sempre indicati dal medico. I disturbi irritativi possono dipendere da molte cause: l'esposizione alla luce intensa senza lenti protettive, un'allergia, un'infezione, l'esposizione a gas irritanti, l'uso eccessivo del computer. Per non rischiare di trascurare o, addirittura, di mascherare le manifestazioni iniziali di una patologia potenzialmente severa e procedere a un trattamento risolutivo è necessario sottoporsi a una visita oculistica. Per quanto tempo è indicato e utile farvi ricorso? Come regola generale, il meno possibile. E, in ogni caso, per un periodo massimo di 4-5 giorni, senza superare i dosaggi indicati sulla confezione. Se in questo arco di tempo i sintomi non migliorano o ne subentrano di nuovi (per esempio, secrezioni, gonfiore ecc.) è necessario sottoporsi a una visita medica oculistica. Quando servono, invece, i colliri antistaminici? I colliri antistaminici sono impiegati nel trattamento dei sintomi della congiuntivite allergica. Sono molto efficaci, ma per ottenere un controllo ottimale delle manifestazioni è soprattutto indispensabile evitare, nei limiti del possibile, gli allergeni che tendono a scatenarle. Come devono essere impiegati? Nelle allergie stagionali, i colliri antistaminici di nuova generazione (come, per esempio, olopatadina, ketotifene ecc.) possono essere applicati in concomitanza con la comparsa dei sintomi in quanto non necessitano di una fase di "preparazione", ma sono immediatamente efficaci. Nelle forme allergiche croniche si può prolungare l'instillazione degli antistaminici anche per mesi, a basso dosaggio. Quando al collirio si devono preferire le lacrime artificiali? In presenza di sindrome dell'occhio secco, una condizione che può essere associata a patologie specifiche (blefarite, sindrome di Sjogren, malattie autoimmuni ecc.), a condizioni fisiologiche (come gravidanza, menopausa e invecchiamento) o, più frequentemente, indotta da abitudini professionali o di vita scorrette (permanenza protratta in ambienti male illuminati o con ricambio d'aria insufficiente, uso eccessivo di terminali senza le opportune pause e così via).
Rosanna Feroldi 04/09/2009 Perdite vaginali Conosci la differenza tra un perdita vaginale normale e una anormale? Sai che le perdite vaginali sono comuni a tutte le donne? Diamo uno sguardo ai vari tipi di perdita in modo da capire quali sono quelle anomale. La vagina in buono statoLa funzione base della vostra vagina è quella di fornire un collegamento tra i genitali esterni e il sistema riproduttivo interno. Il naturale ph acido della vagina ha la funzione di impedire le infezioni ed è causato dalla produzione di batteri naturali, non nocivi per l’organismo. Quando la vagina è sana, si mantiene pulita e in buono stato di salute producendo secrezioni normali. L’equilibrio naturale della vagina può essere però interrotto da qualsiasi fattore che interferisca con il suo ambiente naturale. Quando la perdita è normale?In primo luogo è importante capire che tutte le donne hanno perdite vaginale più o meno abbondanti. Le ghiandole presenti nella vagina e nella cervice producono una piccola quantità di fluido che fuoriesce giornalmente, portando con sé le vecchie cellule che foderano la vagina. Una normale perdita vaginale aiuta a tenere pulita e lubrificata la vagina, libera da infezioni e da altri germi, non ha un odore sgradevole (o è del tutto inodore) e appare solitamente di colore chiaro o latteo quando si asciuga sullo slip. A volte si possono notare dei puntini bianchi oppure una perdita più leggera. Altri fattori che possono causare cambiamenti nell’aspetto e nella consistenza della perdita vaginale sono: • il ciclo mestruale • lo stress emozionale • la gravidanza • qualsiasi medicina contenente ormoni (per esempio la pillola anticoncezionale) • l’eccitamento sessuale • l’allatamento • l’ovulazione • una dieta particolare. L’equilibrio del ph della vagina può inoltre essere modificato dall’uso di determinati prodotti (lavande vaginali, prodotti per l’igiene femminile, saponi profumati, deodoranti, antibiotici) e da eventi quali la gravidanza, il diabete o altri disturbi. Tutti questi fattori possono essere causa di infezioni vaginali. Come le mestruazioni influiscono sulle perdite vaginali?Il ciclo mestruale ha un effetto significativo sul tipo di perdita vaginale. Sapete che è più facile avere delle infezioni vaginali subito prima o durante il ciclo? Questo succede perché l’equilibrio del ph della vagina varia durante il ciclo mestruale, con conseguente abbassamento del livello di acidità della vagina alcuni giorni prima e durante le mestruazioni. A metà del ciclo sarà normale avere un aumento di secrezioni vaginali, chiaro indice che l’ovulazione è in corso. Quali sono i segnali di una perdita vaginale anormale?Alcuni segnali che possono indicare una perdita vaginale anormale e un’infezione sono: • cambiamento di colore, consistenza e quantità • aumento costante delle perdite • presenza di prurito, disagio o qualsiasi sfogo • bruciori vaginali durante la minzione • presenza di sangue al di fuori del periodo mestruale • perdita vaginale di consistenza simile alla ricotta • odore sgradevole accompagnato da perdite vaginali giallastre, verdastre o biancastre. Se avete una perdita con una di queste caratteristiche, consultate il vostro medico per una diagnosi e la cura dell’infezione. Le perdite vaginali sono comuni ed è probabile che abbiate almeno un’infezione vaginale nella vostra vita. L’infezione vaginale più frequente è la vaginite batterica. Sono molto comuni anche le infezioni vaginali da lievito, per la cura delle quali sono disponibili alcuni farmaci da banco. Tuttavia è importante non auto-diagnosticare mai un’infezione vaginale da lievito, a meno che non sia già stata diagnosticata in una precedente occasione dal medico e quindi ne conosciate già i sintomi. Un’altra infezione vaginale comune è la tricomoniasi. Fonte: Comodo 31/07/2009 Cosmetici più sicuri grazie al nuovo regolamento UE Garantire la sicurezza dei prodotti cosmetici ad un livello elevato e in modo uniforme, spazzando via nel contempo tutta quella confusione amministrativa e legislativa che ha caratterizzato finora la Direttiva europea sui cosmetici varata nel 1976. Confusione dovuta alla mancanza di definizioni certe e all’introduzione di numerose modifiche (55 fino ad oggi), che, a seguito dei differenti recepimenti nazionali, hanno terribilmente frammentato il mercato. Sono questi i principali obiettivi del nuovo Regolamento di cui si è dotato il Parlamento europeo, dettando procedure chiare per la composizione, l’etichettatura e l’imballaggio dei cosmetici. Il nuovo Regolamento entrerà in vigore dopo 42 mesi a partire dalla sua pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale, il che vuol dire all’incirca a giugno 2009, ma considerando l’adeguamento a tutte le norme, entrerà a pieno regime verso l’inizio del 2013. Pilastri fondamentali di questo Regolamento sono: - un’ampia definizione di cosmetico, che non ammette una categoria intermedia fra cosmetici e farmaci. Una puntualizzazione resa necessaria in considerazione dell’elevato numero di prodotti "borderline" comparsi in questi ultimi anni sul mercato europeo. - un sistema di controllo in-market da parte degli Stati membri ed un sistema di "cosmetovigilanza" centralizzato prossimamente operativo, aperto a tutte le autorità del mercato interno. Le autorità competenti possono inoltre richiedere la formulazione in caso di "fondati dubbi" sulla sicurezza del cosmetico e ritirarlo dal mercato in caso di non conformità ai requisiti del Regolamento; - possibilità di identificare la persona, giuridica o fisica, responsabile dell’immissione sul mercato UE del cosmetico. In altre parole, se il prodotto venduto non fosse conforme ai requisiti stabiliti, spetterà a questo soggetto il compito di adottare tutte le misure correttive necessarie, inclusi, come detto sopra, la notifica alle autorità competenti e il ritiro dal mercato; - un sistema che disciplina specifici ingredienti attraverso liste positive e negative. Attualmente abbiamo un elenco di sostanze delle quali non è consentito l’uso (circa 1400), 250 tra conservanti, filtri solari e coloranti (liste positive) e circa 200 altre sostanze il cui impiego è limitato. Tra le novità importanti, dunque, ne emerge una in particolare: la cosiddetta "notifica on line", tramite l’utilizzo di un sistema informatico unico per tutta l’UE, gestito dalla Commissione UE. In altre parole, prima dell’immissione sul mercato, la persona responsabile (il produttore o l’importatore) inserisce i dati in formato elettronico, aggiornandoli quando necessario. I dati riguardano essenzialmente la categoria del prodotto cosmetico e il nome o i nomi che consentono la sua identificazione specifica, nonché l’elenco delle sostanze presenti e la formulazione che consente di effettuare un trattamento medico in caso di alterazione dello stato di salute; ci deve poi essere il nome e l'indirizzo della persona responsabile presso la quale viene tenuta ad immediata disposizione la documentazione sul prodotto e il paese di origine in caso di importazione. Una volta immesso il prodotto sul mercato, la persona responsabile notifica l'etichetta originale e una fotografia del relativo contenitore.
Articolo di Luigi Gagliardi Dirigente di ricerca del reparto Medicine complementari, naturali e tradizionali, sicurezza cosmetici - Dip. del Farmaco ISS (Istituto Superiore di Sanità)
LA NORMATIVA EUROPEA SUI COSMETICI, LE FAQ (Frequently Asked Questions- Domande ricorrenti) 1. Che cos’è un prodotto cosmetico? Per prodotto cosmetico si intende qualsiasi sostanza o miscela destinata ad essere applicata sulle superfici esterne del corpo umano (epidermide, sistema pilifero e capelli, unghie, labbra, organi genitali esterni) oppure sui denti e sulle mucose della bocca allo scopo esclusivamente o prevalentemente di pulirli, profumarli, modificarne l'aspetto, proteggerli, mantenerli in buono stato o correggere gli odori corporei. Sono cosmetici creme, lozioni, gel e oli per la pelle, maschere di bellezza, fondotinta e altri prodotti per il trucco, profumi, preparazioni per bagni e docce, per la depilazione, deodoranti e antitraspiranti, coloranti e altri prodotti per i capelli, prodotti per la rasatura e per la cura dei denti, della bocca, delle unghie e prodotti solari o autoabbronzanti.
2. Cosa cambia per il consumatore con la nuova normativa? Il cittadino-consumatore ha a disposizione, già a partire dall’etichetta, una serie di garanzie in merito alla sicurezza del prodotto, tramite informazioni sull’utilizzo per il quale il prodotto è stato pensato e grazie alla lista degli ingredienti presenti. Inoltre, ha la possibilità, in caso di eventuale effetto avverso, di poter effettuare le opportune segnalazioni.
3. A chi va segnalato l’eventuale effetto collaterale? Qualora l’evento venga segnalato non grave esso dovrà essere notificato direttamente all’azienda produttrice che dovrà registrarlo nel dossier della sicurezza del prodotto. In caso contrario dovrà invece essere comunicato direttamente ad un centro comunitario che sarà presto indicato.
4. Quale è il ruolo dell’ISS secondo la nuova normativa? All’ISS spetta, come è nelle sue funzioni istituzionali, l’attività di consulenza della pubblica amministrazione; il coinvolgimento nella preparazione di metodi chimico-analitici e microbiologici in sede comunitaria; lo svolgimento delle analisi di revisione richieste dalle aziende; la collaborazione in sede comunitaria alla valutazione di sicurezza di ingredienti con eventuale successiva restrizione d'uso.
5. Come faranno gli Stati membri a vigilare sul rispetto del Regolamento? I 27 Stati membri dovranno realizzare i controlli dei prodotti e degli operatori economici, tramite la documentazione informativa del prodotto e, tutte le volte che sia necessario, mediante test fisici e di laboratorio sulla base di campioni adeguati. Dovranno poi vigilare sul rispetto dei principi delle buone prassi di fabbricazione e conferire alle autorità di vigilanza del mercato le competenze, le risorse e le conoscenze necessarie per consentire loro di espletare i loro compiti in modo adeguato. Infine, per contribuire a semplificare la vigilanza sul mercato e a migliorarne l’efficienza, occorrerà inoltre garantire la rintracciabilità di un prodotto in tutta la catena di fornitura.
6. Quali sostanze sono proibite nei cosmetici dal nuovo Regolamento? Arsenico, cloro, curaro, mercurio, nicotina, piombo, sostanze radioattive, stricnina, cloroformio, i catrami di carbone, numerosi idrocarburi e gas, la pece, diverse paraffine e molto altro fino ad arrivare a 1.370 sostanze proibite. L'uso di altre sostanze - l'ammoniaca, l'acqua ossigenata o il nitrato d'argento - è permesso con precise limitazioni di impiego e di concentrazione. Sono vietate le sostanze classificate come cancerogene, mutagene o tossiche per la riproduzione. Sono ammessi invece i coloranti, i conservanti e i filtri UV riportati in apposite liste positive.
7. Cosa si leggerà d’ora in poi sull’etichetta di un prodotto cosmetico? Il consumatore troverà sull’etichetta la funzione del cosmetico (es: "prodotto per capelli, barba o baffi", "prodotto per le unghie", "uso professionale"), la durata di conservazione minima (che non è obbligatoria per i prodotti con una durata minima superiore ai 30 mesi. In tal caso è riportata, tramite un simbolo, un'indicazione relativa al periodo di tempo in cui il prodotto, una volta aperto, è sicuro e può essere utilizzato senza effetti nocivi). Inoltre, sull’etichetta si troveranno scritte le precauzioni particolari per l'impiego e una lista degli ingredienti elencati in ordine decrescente di peso. Non dovranno comparire né sulle etichette né in pubblicità diciture, denominazioni, marchi, immagini o altri segni, «che attribuiscano ai prodotti caratteristiche o funzioni che non possiedono». La Commissione, infine, fisserà dei criteri per stabilire quali dichiarazioni ("claims") potranno essere utilizzate sui prodotti cosmetici.
8. Che cosa è un nanomateriale? E cosa provoca la sua presenza nei cosmetici? Per nanomateriale s'intende «ogni materiale insolubile o biopersistente e fabbricato intenzionalmente avente una o più dimensioni esterne, o una struttura interna, di misura da 1 a 100 nm». Attualmente presenti nel 5% dei prodotti, i nano materiali in ragione delle loro dimensioni estremamente ridotte possono presentare fenomeni di assorbimento ed effetti che le stesse sostanze "non nano" non presentano. A titolo di esempio una sostanza come il biossido di titanio (filtro solare o colorante), normalmente non assorbito attraverso la cute, in forma nano può dar luogo a fenomeni di assorbimento. Motivo per cui il nuovo regolamento UE ha stabilito che per ogni prodotto contenente nanomateriali dovrà essere assicurato «un livello elevato di protezione del consumatore e della salute umana». Nell'elenco degli ingredienti esposto sulle confezioni dei cosmetici dovrà figurare chiaramente la presenza di nanomateriali. Entro 48 mesi dall'entrata in vigore del regolamento, la Commissione metterà a disposizione del pubblico un catalogo, continuamente aggiornato, di tutti i nanomateriali utilizzati nei prodotti cosmetici immessi sul mercato. E annualmente trasmetterà al Parlamento europeo e al Consiglio una relazione di verifica sull'evoluzione dell'utilizzazione di nanomateriali nei prodotti cosmetici presenti sul mercato UE.
9. Cosa afferma il Regolamento UE in merito alla sperimentazione animale dei cosmetici? Si conferma il cammino intrapreso dall’Unione Europea mirato ad abbandonare completamente la sperimentazione animale nel settore. In particolare la Commissione assicura la messa a punto, la convalida e la legalizzazione di metodi alternativi di sperimentazione che non utilizzino animali vivi. Rimane ancora possibile determinare l’innocuità e la sicurezza di un cosmetico, fino all’11 marzo 2013, attraverso test con impiego di animali concernenti esclusivamente la tossicocinetica, la tossicità da uso ripetuto e quella riproduttiva.
Fonte: ISS – Istituto Superiore di Sanità 30/07/2009 Peli in eccesso spia di patologie endocrine L'irsutismo è un problema estetico, ma può essere la spia di importanti patologie endocrine ed è fondamentale l'intervento dello specialista per una corretta diagnosi e una terapia mirata. Ben il 13% delle donne italiane dichiara di soffrire di irsutismo facciale, una condizione caratterizzata dalla presenza di peli indesiderati in aree cosiddette maschili (labbro superiore, mento, guance). E' quanto emerge da una recente ricerca condotta da Eurisko su un campione rappresentativo di 1040 donne italiane dai 15 anni in su. Il 57% delle donne che ne soffre dichiara inoltre di sentirsi meno attraente e meno femminile. "La comparsa di peli sul viso" - dichiara la dott.ssa Maria Malucelli - è dal punto di vista psicologico un simbolo di anti-femminilità, che altera costantemente i rapporti sociali e in particolare con l'altro con sesso". Oltre a rappresentare un problema estetico dalle profonde ricadute psico-sociali, l'irsutismo può essere la spia di una patologia endocrinologica (policistosi ovarica, tumori dell'ovaio, patologie dei surreni, ecc.) che merita di essere indagata con l'aiuto di uno specialista. Eppure solo il 35% delle donne che soffrono del problema si dichiara informato sulle possibili patologie correlate, contro il 65% che lo considera infatti una questione puramente estetica. L'indagine ha inoltre rilevato come ben il 62% delle donne con irsutismo non si rivolga a nessuno per farsi consigliare, mentre il 29% cerchi consiglio dall'estetista anziché rivolgersi al medico. Tutto ciò deriva dalla grande disinformazione che circonda l'irsutismo, ancora un tabù per molte, che può invece essere affrontato in maniera razionale e soddisfacente con l'aiuto degli addetti ai lavori. "Purtroppo - afferma il prof. Antonio Lanzone - le donne affette da irsutismo molto spesso non si rivolgono al medico per affrontare il problema e preferiscono piuttosto cercare di porvi rimedio da sole o rassegnarsi all'isolamento, per la vergogna di mostrare in pubblico il 'problema'. In realtà circa il 70-80% dei casi di irsutismo sono causati dalla sindrome della policistosi ovarica". Il primo passo consiste dunque nel rivolgersi al proprio medico curante che saprà indirizzare la donna verso lo specialista di riferimento, sia esso il dermatologo, o il ginecologo o l'endocrinologo, allo scopo di indagare le possibili cause di questo anti-estetico 'sintomo' che, sempre secondo l'indagine Eurisko, fa sentire il 57% delle donne che ne soffrono meno attraenti e meno femminili. Un corretto iter diagnostico investe competenze di dermatologia, endocrinologia e ginecologia. Proprio per inquadrare in modo preciso e multidisciplinare la problematica, nell'ambito di un progetto denominato SHE (Software for Hirsutism Evaluation), è stato prodotto un nuovo software per la valutazione dell'irsutismo affidato ad un board polispecialistico di dermatologi, endocrinologi e ginecologi. Una volta acclarata l'eventuale patologia sottostante, si potrà affrontare il problema dei peli indesiderati con le soluzioni più idonee al singolo caso. Le terapie per la risoluzione dell'irsutismo sono diverse a seconda delle cause che provocano il sintomo: dalla terapia farmacologica ai metodi cosmetici e meccanici (es. laser, elettrodepilazione, cerette o rasatura). "Di recente è arrivata anche in Italia una crema a base di eflornitina all'11,5% - dichiara la prof.ssa Antonella Tosti, - che trova indicazione come complemento di tutti i trattamenti mirati contro l'irsutismo, siano questi di tipo farmacologico o di rimozione meccanica/fisica dei peli". Si tratta di un presidio medico che rallenta significativamente la crescita del peli indesiderati del viso e li rende più sottili man mano che se ne prosegue l'uso. La crema va applicata sul viso asciutto e deterso, nelle aree interessate dai peli in eccesso, due volte al giorno; i risultati del trattamento sono già visibili dopo 8 settimane. L'ottima tollerabilità del prodotto ne rende possibile un uso continuativo e protratto nel tempo, che consente di mantenere i risultati ottenuti. "Il grosso vantaggio di questo prodotto- aggiunge il prof. Aldo Galluzzo - è quello di poter ridurre moltissimo la frequenza di ricorso ai mezzi fisici o meccanici per la rimozione dei peli terminali, consentendo alla donna di ritrovare più facilmente la serenità di affrontare il mondo a viso aperto". Fonte: ItaliaSalute 29/07/2009 Medicina cinese per combattere l'endometriosi (AGI) - New York - Le erbe usate dalla medicina cinese potrebbero costituire una valida alternativa alla terapia ormonale standard utilizzata dalla medicina occidentale contro l'endometriosi, una dolorosa patologia ginecologica. E' quanto emerge da un'analisi condotta da scienziati britannici che hanno passato in rassegna i risultati di due trial clinici effettuati in Cina su donne affette da endometriosi. In entrambi i trial il mix di erbe cinesi testato si e' rivelato altrettanto efficace se non migliore degli ormoni, e in piu' col vantaggio di causare meno effetti collaterali. Entrambi i test, che hanno coinvolto un totale di 158 donne, sono considerati di fase iniziale e i ricercatori dicono che sono necessarie ulteriori conferme. Tuttavia, come scrivono sulla Cochrane Library, i risultati sono da considerarsi promettenti. "Quello che abbiamo imparato e' che le erbe della medicina cinese possono in alcuni casi essere altrettanto efficaci dei farmaci della medicina convenzionale ma con meno effetti collaterali", afferma il coordinatore della ricerca, Andrew Flower, della University of Southampton in Uk. "Questo potrebbe significare che i rimedi della medicina cinese sono piu' adatti per cure su lungo termine". La medicina occidentale cura l'endometriosi con gli ormoni, ma gli effetti collaterali possono essere molto fastidiosi: vampate di calore, acne, eccessiva peluria. In uno dei trial passati in rassegna dalla equipe di Flower, i ricercatori cinesi hanno curato un gruppo di donne con un mix di erbe noto come Nei Yi Wan e un altro gruppo con l'ormone gestrinone; dopo tre mesi, le donne di entrambi i gruppi mostravano gli stessi miglioramenti nei sintomi e avevano anche le stesse chance di restare incinte. Ma le donne curate con le erbe lamentavano meno effetti collaterali. Il secondo trial ha messo a confronto lo stesso mix di erbe con il danazolo, un farmaco che blocca la secrezione di estrogeno. Dopo tre mesi, entrambi i gruppi di donne avevano sintomi piu' lievi, ma quelle curate con le erbe riportavano miglioramenti piu' significativi.
28/07/2009 Gli esami per individuare l'infertilità Quando ci si accorge di non riuscire ad avere un bambino, è fondamentale che la donna si rivolga a uno specialista in ginecologia o a un centro di riproduzione assistita. Per la diagnosi il medico avrà bisogno di avere un quadro preciso della paziente che dovrà sottoporsi prima di tutto a un esame obiettivo manuale e successivamente a esami di tipo ormonale e ovulatorio. Dopo avere definito i valori di queste indagini il medico potrà sottoporre la donna a due test: quello del muco cervicale ("mucus cervical score") e quello post-coito ("post coital test"). Il muco a metà del ciclo si dovrebbe presentare filamentoso, chiaro e abbondante. La presenza di muco scadente, durante l'esame del muco cervicale costituisce una barriera al passaggio degli spermatozoi. Nel secondo test, che viene eseguito in fase ovulatoria, si possono ottenere informazioni sulla recettività del muco cervicale e sulla capacità degli spermatozoi di raggiungere e sopravvivere nel muco. Il rapporto muco/spermatozoi viene valutato attraverso la conta e la motilità degli spermatozoi presenti a livello vaginale e cervicale. Durante la fase di indagine sulle ragioni della sterilità verrà anche effettuato il dosaggio di ormoni specifici: prolattina, gonadotropina e ormoni tiroidei. Il medico potrà prescrivere altri esami di valutazione come l'isteroscopia, l'isterosonografia, la laparoscopia (consente la visione diretta delle ovaie, delle tube e della superficie esterna dell'utero attraverso una piccola incisione praticata nell'ombelico). Infine, la mappa cromosomica. 24/07/2009 Endometriosi: Bianchi è primo passo, ma accellerare Iter DDL15 (AGI) - Roma, 22 lug. - “La firma del protocollo sull’endometriosi tra il governo e le parti sociali e’ un primo passo importante, ma non sarebbe stato piu’ utile accelerare l’iter del ddl 15 che ha per oggetto questa patologia elaborato dalla commissione Sanita’ del Senato e fermo dal 24 settembre 2008 in quella di Programmazione e Bilancio?”. Lo afferma Dorina Bianchi, senatrice del Pd. “Tre lavoratrici su quattro si sentono discriminate a causa dell’endometriosi rispetto ai colleghi uomini e questo loro disagio va oltre che compreso anche risolto. Oggi possiamo dirci quindi solo parzialmente soddisfatte”, conclude la senatrice. (AGI) 23/07/2009 Endometriosi: il ministro Carfagna firma un protocollo per combatterla "Oggi accendiamo i riflettori sull'endometriosi e gli dichiariamo guerra. E' una malattia che può rendere un inferno la vita delle donne". Lo ha detto il Ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna, commentando la firma del protocollo d'intesa insieme a Inps, Inail, Istituto per gli affari sociali e Fondazione italiana endometriosi. "Una sinergia istituzionale di alto livello - ha spiegato il Ministro - per mettere in campo tutte le azioni necessarie ad aiutare le donne che soffrono di questa malattia, con pesanti risvolti sulla vita privata, lavorativa e sociale".
L'intesa mira a far conoscere questa patologia di genere - malattia invalidante, associata a forti dolori e causa di infertilità, ma ancora sottovalutata - attraverso campagne di sensibilizzazione, che puntano a diffondere una presa di coscienza dei problemi che l'endometriosi può avere nella vita delle donne, e a favorire la prevenzione e la diagnosi precoce. Previste, inoltre, l'istituzione di un tavolo tecnico presso il Dipartimento per le Pari Opportunità e il supporto alla ricerca scientifica, con l'obiettivo di individuare nuovi test diagnostici e cure farmacologiche efficaci, che permettano di ridurre la sofferenza delle pazienti e i costi della malattia.
In Italia le donne affette da endometriosi sono tre milioni, ossia il "30% delle donne italiane in età fertile'', ha precisato il Ministro, con una spesa annua di circa 200 milioni di euro per il Servizio sanitario nazionale. La maggior parte di loro - 3 su 4 - denuncia di sentirsi discriminata sul luogo di lavoro, costretta a nascondere la malattia, penalizzata nella carriera e nelle relazioni con superiori e colleghi, fino ad essere messa in condizioni di licenziarsi.
"Il nostro obiettivo - ha proseguito Carfagna - è anche quello di assistere le donne e aiutarle nel reinserimento nella vita professionale", stimolando con le azioni di informazione e comunicazione una migliore gestione del problema a casa, ma soprattutto nei luoghi di lavoro. Sarà cura di Inail e Inps, secondo quanto disposto dal protocollo, garantire la sicurezza sociale, la previdenza e l'assistenza delle pazienti. "Vogliamo dare un piccolo contributo - ha concluso il Ministro - affinché tutte le donne affette da questa patologia si sentano meno sole". Fonte: Ministero delle pari opportunità 22/07/2009 Cos'è l'infertilità femminile Il 15% della popolazione non riesce a mettere al mondo un figlio. I dati presentati sul terzo rapporto del Registro di tecniche di procreazione assistita dimostrano che l'Italia, in controtendenza con i dati europei, è il fanalino di coda sia nel numero di coppie trattate per milione di abitanti, sia in termini di gravidanze plurime. Cos'è l'infertilità? Si parla di infertilità quando non avviene il concepimento per motivi diversi che possono dipendere dalla donna o dall'uomo o da entrambi i partner e dopo un anno circa di rapporti non protetti. Non bisogna dimenticare, però, che una non trascurabile percentuale di coppie riesce ad avere un figlio dopo due anni di tentativi, per cui molti preferiscono parlare di infertilità dopo 24 mesi (secondo i criteri della Organizzazione Mondiale della Sanità). Le cause sono molte, ma gli esperti puntano il dito su cause di carattere ambientale, cattive abitudini alimentari, cause dipendenti dalla sofisticazione degli alimenti e, più in generale, dallo stile di vita con in primo piano il fumo. 21/07/2009 Le cause della sterilità Con l'avanzare dell'età la donna produce ovociti qualitativamente e quantitativamente peggiori. Con il tempo, soprattutto intorno ai 38 anni, nei follicoli restano pochi ovociti che, in una significativa percentuale di casi, non sono in grado di dare luogo a un embrione normale. Quali sono le cause che possono compromettere la fertilità femminile? Cause ormonali: i follicoli non si sviluppano, non c'è l'ovulazione, cioè la liberazione dell'ovocita;
cause tubariche: le trombe uterine possono essere danneggiate o ostruite , questo impedisce l'incontro con lo spermatozoo;
endometriosi: causa principale di sterilità femminile: consiste nella presenza di tessuto endometriale nella cavità peritoneale che invade e danneggia i tessuti coinvolti nella riproduzione;
eccessiva densità del muco cervicale: impedisce il passaggio dello spermatozoo (a volte ci sono anche antispermatozoi nelle secrezioni genitali femminili); e infine, il mancato impianto dell'embrione: l'embrione si forma, ma non attecchisce dentro l'utero. 17/07/2009 La videocapsula per lo studio del colon Sperimentata in Italia al Policlinico Gemelli di Roma, potrebbe sostituire la colonscopiaROMA - Per chi ha timore della colonscopia, l'esame che «guarda» dentro l'ultimo tratto dell'intestino, potrebbe in futuro esserci un'alternativa. Si tratta di una videocapsula che, ingerita come una normale pastiglia, fotografa l'intestino lungo il suo tragitto individuando eventuali aree anolame. «Il cancro del colon è il terzo tumore più spesso diagnosticato (dopo quello al polmone e quello alla prostata). Il principale strumento preventivo è quello di fare uno screening a tutti i cinquantenni per verificare le condizioni dell'ultima parte dell'intestino e prevenire le eventuali malattie. Il problema - spiega Cristiano Spada dell'Unità operativa di Endoscopia Digestiva chirurgica del Policlinico universitario Agostino Gemelli di Roma, diretto dal professor Guido Costamagna - è che il tipo di esame che si usa in questi casi, la colonscopia può essere fastidiosa. Per questo solo una piccola percentuale dei cinquantenni si sottopone a questa analisi, che invece dovrebbe essere di routine perché è molto importante per scoprire per tempo lesioni e polipi che potrebbero degenerare in malattie più gravi». «Ma oggi in aiuto di medici e pazienti - prosegue la nota - arriva la videocapsula per lo studio del colon: una vera e propria pillola, contenente due telecamere, due sorgenti luminose e un'antenna, e per ora prodotta da una sola azienda nel mondo. È lunga 31 millimetri, ha un diametro di 11, è ingeribile, proprio come una normale pillola, e percorre tutto il tratto intestinale». «Per la prima volta - spiega Guido Costamagna, che assieme a Cristiano Spada, Maria Elena Riccioni e Lucio Petruzziello, firma l'articolo che annuncia la scoperta sul prestigioso New England Journal of Medicine a nome del Policlinico Gemelli, unico centro italiano coinvolto nello studio multicentrico - sono stati studiati più di 300 pazienti in tutta Europa per verificare l'efficacia di questo nuovo strumento diagnostico. E i risultati sono davvero incoraggianti: sicuramente c'è ancora da lavorare, ma già oggi riusciamo a identificare le più importanti patologie che possono colpire il colon». COME FUNZIONA - Ma come funziona questa pillola? Proprio come si può immaginare: si ingerisce con l'aiuto di un bicchiere d'acqua. Dopo un paio di minuti la capsula si spegne per risparmiare le batterie e si riattiva dopo un'ora e tre quarti, giusto il tempo - come abbiamo verificato - per arrivare all'intestino tenue, che è a monte del colon. A quel punto inizia a inviare 4 immagini al secondo a un piccolo ricevitore che il paziente porta con sé. Grazie alle due telecamere, riusciamo a vedere e studiare le pliche della mucosa guardandole davanti e dietro. Normalmente al termine delle dieci ore, il tempo di durata delle batterie, la pillola è stata già espulsa: in questo modo siamo sicuri di non perdere nessuna parte del colon». Naturalmente, proprio come accade per una colonscopia, prima di assumere la videocapsula bisogna fare una preparazione speciale. Questa consiste, in sostanza, in una «pulizia» profonda dell'intestino per consentire alle videocamere di vedere la superficie della mucosa. Il paziente assume alcune sostanze sciolte in abbondante acqua. In questo modo si ottiene anche di riempire il colon di liquidi trasparenti che lo distendono di modo tale che la nostra capsula si muova proprio come farebbe un sottomarino. Inoltre la preparazione prevede anche farmaci che stimolano il movimento del colon per favorire lo scorrimento della capsula. PROBLEMI DA SUPERARE - Per tutti quelli che hanno paura di sottoporsi a una colonscopia c'è dunque speranza di poter fare presto un check up del proprio intestino senza dolore e fastidio? Tutto sta a vedere che impatto avrà sulla routine questo nuovo strumento diagnostico - spiega Costamagna - Siamo in una fase iniziale. Ci sono ancora dei problemi da superare: in particolare dobbiamo individuare una preparazione che ci garantisca un'ottimale pulizia del colon. Si tratta, poi, di una tecnica costosa, più cara della colonscopia, ma questo può cambiare se la tecnologia prende piede. Inoltre la videocapsula può essere impiegata solo per la diagnosi, ma per asportare un eventuale polipo per ora la colonscopia rimane l'unico metodo. Comunque, i risultati di questo studio europeo sono molto promettenti: la videocapsula sembra essere in grado di studiare accuratamente il colon con un enorme vantaggio rispetto alla colonscopia tradizionale: di non provocare assolutamente dolore». Fonte: Corriere della Sera salute 16/07/2009 Perché pungono, come difendersi e cosa fare per lenire il prurito che provocano. I consigli del prof. Marcello Monti, responsabile di Dermatologia di Humanitas.
Si avvicina il temuto periodo in cui le zanzare arrivano a sciami e, nella speranza che quest’anno siano più magnanime e non agguerrite come negli ultimi tempi, cerchiamo di capire perché pungono, qual è il modo migliore per difendersi ed evitarle e cosa si può fare per lenire il prurito una volta punti, cercando di non utilizzare i rimedi ‘fai-da-te’ che spesso provocano più danni che benefici. Chiunque può essere vittima della puntura delle zanzare, e le teorie che presumono che esista una preda ideale lasciano un po’ il tempo che trovano. Approfondiamo allora l’argomento con il prof. Marcello Monti, responsabile di Dermatologia di Humanitas.
Innanzitutto, perché le zanzare pungono? “Le zanzare appartengono al regno animale, al filum degli Artropodi, alla classe degli Insetti, all’ordine dei Ditteri e alla famiglia dei Culicidi. Ne esistono circa 2.700 specie e sono diffuse in tutto il mondo. Si tratta di insetti a due ali (Ditteri) in grado di percorrere fino a 3 Km in un ora. Le femmine devono succhiare sangue dall’uomo o dall’animale per ottenere le proteine necessarie alla maturazione delle uova che poi depositano (da 40 a 400) sulla superficie di acqua ferma come stagni, paludi, pozze o anche sottovasi per fiori e piante. In una settimana le uova si aprono e si formano le larve che vivono sotto il pelo dell’acqua e, poi, si trasformano in ‘pupe’ che danno origine all’insetto adulto in grado di vivere per due settimane o poco più. Alcune specie di questi insetti trasmettono malattie quali la Malaria, Febbre Gialla, Febbre del Nilo, Bottone d’Oriente e altre. In Italia, comunque, scomparsa la Malaria, le punture di zanzara non sono ritenute pericolose, ma solo fastidiose, anche se con l’arrivo di nuove specie di zanzare come la cosiddetta ‘zanzara tigre’ le cose non sono più tanto certe”.
Chi sono le ‘zanzare tigre’? “La ‘zanzara tigre’ o Aedes albopictus, originaria del sud-est asiatico, arriva in Italia, a Genova, nel 2000 e si diffonde rapidamente in molte regioni. Si riconosce perché è più piccola e scura rispetto alle nostre zanzare e possiede le caratteristiche strie bianche sulle zampe e sul dorso. La ‘zanzara tigre’ ha abitudini differenti rispetto alle nostre: attacca anche di giorno, in pieno sole, e spesso lo fa in sciami di centinaia di esemplari. Il liquido che inietta è particolarmente tossico e fa sviluppare reazioni cutanee (pomfi) molto pruriginose o dolenti. Nei paesi di origine, la ‘zanzara tigre’ è portatrice di malattie virali che, tuttavia, per ora non si sono verificate in Italia. Questo insetto è così resistente da sopravvivere alle temperature sotto zero dell’inverno, risentire poco dei fornelletti antizanzara e di poter pungere anche attraverso gli indumenti”.
Come riconoscono la loro preda? “Le zanzare sono insetti piccoli ma molto evoluti, dotati di recettori per il calore e per l’odore, cosicché possono centrare la propria vittima con estrema precisione, anche al buio. Nell’evoluzione hanno imparato a scovare l’uomo seguendo oltre che l’odore umano anche i profumi che utilizza, i fumi delle cotture dei cibi e la luce delle lampadine”.
Che problemi provoca la loro puntura? “Le zanzare, molto pericolose in altre regioni del mondo per via delle malattie che trasmettono, in Italia sono soprattutto un grande fastidio. Alla puntura di zanzara, infatti, segue il pomfo, quel gonfiore pruriginoso che dura 20 o 30 minuti. Alcune persone, soprattutto i bambini, sviluppano reazioni abnormi con gonfiore intenso che dura qualche giorno e poi rimane un nodulo rosso pruriginoso per alcune settimane. I problemi da puntura di zanzara, però, non sono tutti qui; infatti, a causa del grattamento subentrano le infezioni cutanee (impetigine) e, sempre per il prurito, non riposiamo la notte e siamo stanchi di giorno. Per bambini, anziani e malati le conseguenze possono essere importanti. Da qui la necessità di prevenire le punture di zanzara”.
Quale metodo di prevenzione consiglia? “La prevenzione è di tre tipi. Quella ambientale, contro la riproduzione delle zanzare, deve essere effettuata dall’autorità sanitaria negli habitat comuni e dal cittadino nell’ambiente privato. Il cittadino deve prestare attenzione a non generare ristagni d’acqua dove le zanzare depositano le uova e si riproducono: sottovasi per piante e fiori; pneumatici usati lasciati all’aperto; tombini, bacinelle, innaffiatoi, raccoglitori d’acqua; vasche, laghetti e fontane ornamentali (utili i pesci rossi che si nutrono delle larve); vasi di fiori all’esterno come quelli dei cimiteri. Un secondo tipo di prevenzione è l’allontanamento delle zanzare: si effettua, oltre che con zanzariere alle finestre o al contorno dei letti, con fornelletti o spirali che utilizzano derivati del piretro, una sostanza in grado di paralizzare questi insetti. Sono, però, efficaci solo negli ambienti chiusi e sono poco tossici per l’uomo anche se è buona norma aerare l’ambiente dopo il loro uso. Altri prodotti a base di olii essenziali, che promettono di tenere lontane le zanzare, spesso risultano invece attraenti. Vi sono, infine, apparecchi che emettono ultrasuoni e lampade che attraggono con la luce le zanzare per poi eliminarle con una scarica elettrica, ma sono poco efficaci. Terzo e ultimo tipo di prevenzione possibile, l’impedimento al raggiungimento della pelle da parte della zanzare. Si effettua utilizzando i cosiddetti ‘repellenti’, che sono sostanze in grado di impedire ai sensori delle zanzare di intercettare i vasi sanguigni. Quelli approvati sono tre: il DEET, la Picridina e il PMD (p-MetanDiolo) un derivato dell’olio di eucalipto. Il DEET, la sostanza chimica più utilizzata negli insettorepellenti, tra il 10 e il 30 % di concentrazione offre una buona protezione per passare una serata all’aperto. Per le zone a rischio di malattia, come la Malaria, occorre però utilizzare concentrazioni superiori. La Picridina è di più recente introduzione, ha una protezione sovrapponibile a quella del DEET ed è presente nella linea Autan della Bayer, dove però appare riportata con la sigla KBR 3023. Il PMD, infine, è l’unico tra i derivati vegetali approvato negli USA come insettorepellente, anche se la sua azione è molto debole. Questo significa che gli altri estratti, come citronella, geraniolo, eccetera, di cui è pieno il mercato, non garantiscono la protezione. Anzi, in molti casi agiscono da attrattivi per le zanzare”.
Esistono regole per l’applicazione dei repellenti sulla pelle? “L’uso dei repellenti che si debbono applicare direttamente sulla pelle e che in parte vengono assorbiti nel sangue deve essere fatto secondo specifiche regole che valgono anche per i repellenti naturali: - applicare il prodotto solo sulle parti scoperte del corpo e non sotto i vestiti - non utilizzarli sulla pelle irritata, con abrasioni o tagli. - non utilizzare spray direttamente sul volto, ma spruzzare il prodotto sulle mani e poi applicarlo sul volto. - lavarsi quando si rientra all’interno - non utilizzare per i bambini al di sotto dei tre anni.
E se, nonostante tutto, si viene punti? “Se i tentativi di prevenzione sono falliti e siamo stati punti occorre non fare più danni di quelli che vogliamo eliminare. Infatti, nel tentativo di spegnere quel fastidioso gonfiore e prurito, spesso ricorriamo al rimedio ‘fai-da-te’, come applicare ammoniaca o frizionare il limone. Il primo rimedio di solito ustiona la pelle e il secondo la rende fotosensibile, per cui poi ci scottiamo al sole. Anche i farmaci non danno la risposta giusta: la crema con il cortisone entra in funzione dopo 30 minuti, cioè quando il prurito è già terminato, così come la crema con antistaminico che, inoltre, è fotosensibilizzante. L’unico rimedio consigliabile è l’applicazione di Gel al Cloruro d’alluminio al 5%, un potente astringente e antisettico: il prurito diminuisce e le infezioni da ‘grattamento’ sono scongiurate”.
A cura di Lucrezia Zaccaria
15/07/2009 Che cos'è una ondata di calore Il termine “ondata di calore” è entrato a far parte del vocabolario corrente per indicare un periodo prolungato di condizioni meteorologiche estreme, caratterizzato da temperature elevate, al di sopra dei valori usuali, in alcuni casi associate ad alti valori di umidità relativa, e che persistono per diversi giorni. I rischi di effetti sulla salute dell’ondata di calore dipendono, oltre che dalla sua intensità, soprattutto dalla sua durata.
Le ondate di calore sono prevedibili
In Italia dal 2004 è operativo il “Sistema nazionale di sorveglianza, previsione e allarme per la prevenzione degli effetti delle ondate di calore sulla salute della popolazione”, promosso dal dipartimento della Protezione Civile che realizza sistemi di allarme per la previsione e per la prevenzione degli effetti del caldo sulla salute, denominati Heat health watch warning systems (Hhwws), in quasi tutte le aree urbane del Paese. Per l’estate 2009 i sistemi Hhww sono operativi, dal 15 maggio al 15 settembre 2008, in 27 città (Ancona, Bari, Bologna, Bolzano, Brescia, Cagliari, Campobasso, Catania, Civitavecchia, Firenze, Frosinone, Genova, Latina, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Perugia, Pescara, Reggio Calabria, Rieti, Roma, Torino, Trieste, Venezia, Verona, Viterbo). È prevista la possibilità di attivare il sistema, con l’invio del bollettino di allerta, anche dal 2 al 14 maggio e dal 16 al 30 settembre, qualora si dovessero presentare condizioni di rischio (livello 2 e 3). I bollettini sono consultabili sul sito della Protezione Civile (www. protezionecivile.it) o su alcuni siti web locali (www.arpa.piemonte. it, www.arpa.emr.it)
Effetti delle ondate di calore sulla salute
Gli effetti delle ondate di calore sulla salute si manifestano quando il sistema di regolazione della temperatura del nostro corpo non riesce a disperdere il calore eccessivo. Un’esposizione prolungata a temperature elevate può provocare disturbi lievi, come crampi, svenimenti, gonfiori, o di maggiore gravità, come lo stress da calore e il colpo di calore. Questeche condizionano fortemente la ! termoregolazione condizioni ambientali estreme, inoltre, possono determinare un aggravamento delle condizioni di salute di persone con patologie croniche preesistenti. La via attraverso cui il corpo disperde il calore in eccesso è principalmente la sudorazione, ma in condizioni fisiche e ambientali estreme questo meccanismo non è sufficiente. Se, ad esempio, il tasso di umidità è molto elevato, il sudore evapora lentamente e quindi il corpo si raffredda a stento e la temperatura corporea può aumentare a valori tanto elevati, superiori a 40°C, da danneggiare gli organi vitali dell’organismo.
I gruppi di popolazione più a rischio in caso di ondate di calore È stato osservato che le ondate di calore non colpiscono la popolazione in maniera omogenea. Alcuni sottogruppi, infatti, risultano essere maggiormente vulnerabili per ragioni riconducibili a particolari condizioni personali, sociali e di salute: le persone anziane hanno condizioni fisiche generalmente più compromesse e l’organismo può essere meno efficiente nel compensare lo stress da caldo e rispondere adeguatamente ai cambiamenti di temperatura. Tra gli anziani è a maggior rischio chi soffre di malattie cardiovascolari, ipertensione, patologie respiratorie croniche, insufficienza renale cronica, malattie neurologiche i malati cronici e, in particolare, i malati di malattie croniche polmonari (Broncopatia cronica ostruttiva, Bpco) e cardiovascolari (ipertesi, cardiopatici), diabete, malattie neurologiche come il morbo di Parkinson e le demenze le persone non autosufficienti sono molto sensibili al caldo, perché dipendono dagli altri per regolare l’ambiente in cui si trovano e per l’assunzione di liquidi le persone che assumono regolarmente farmaci, perché il meccanismo di azione di alcuni medicinali può essere potenziato dal caldo o può favorire direttamente disturbi causati dal calore i neonati e i bambini piccoli, che, per la ridotta superficie corporea e la mancanza di una completa autosufficienza, possono essere esposti al rischio di un aumento eccessivo della temperatura corporea e a disidratazione, con possibili conseguenze dannose sul sistema cardiocircolatorio, respiratorio e neurologico la persona, anche giovane, che fa esercizio fisico o svolge un lavoro intenso all’aria aperta può disidratarsi più facilmente degli altri.
A chi bisogna rivolgersi in caso di bisogno Il medico di famiglia è la prima persona da consultare, perché è certamente colui che conosce meglio le condizioni di salute, le malattie preesistenti, la posologia e il tipo di farmaci assunti dai suoi assistiti. Durante le ore notturne o nei giorni festivi ci si può rivolgere al Servizio di guardia medica (Servizio di continuità assistenziale) del territorio di residenza, attivo tutti i giorni feriali dalle ore 20 di sera fino alle ore 8 del mattino successivo. Il sabato e la domenica il servizio è sempre attivo, fino alle ore 8 del lunedì mattina. Inoltre, in tutte le festività diverse dalla domenica, il servizio funziona ininterrottamente a partire dalle ore 10 del giorno prefestivo, fino alle ore 8 del primo giorno non festivo. Nel caso di un malore improvviso o in presenza di condizioni che fanno temere un serio pericolo per la vita, attivare immediatamente il servizio di Emergenza sanitaria, chiamando il 118. Fonte: Ministero della Salute 14/07/2009 Perchè fare il vaccino conto il Papilloma virus Il vaccino contro l’HPV costituisce un importante strumento di prevenzione primaria del carcinoma della cervice uterina. Secondo le informazioni scientifiche oggi disponibili è sicuro, ben tollerato e in grado di prevenire nella quasi totalità dei casi l’insorgenza di un’infezione persistente dei due ceppi virali responsabili attualmente del 70% dei casi di questo tumore. Questo vaccino, al pari di tutti i nuovi presidi di prevenzione considerati efficaci in Sanità Pubblica, è utilizzato all’interno di una strategia di offerta attiva ispirata ai principi dell’efficienza, dell’equità di accesso e dell’uso controllato per sorvegliare attivamente gli effetti sulla popolazione esposta al vaccino.
Dovrà essere osservata una particolare cautela alla somministrazione del vaccino in donne in età fertile, poiché, sebbene nelle gravidanze insorte durante gli studi clinici dei due vaccini non sia stato rilevato alcun impatto negativo sulla fertilità in termini di incidenza di aborti spontanei, morti intrauterine e anomalie congenite, i dati attualmente disponibili non sono sufficienti per raccomandarne l’uso in gravidanza.
A chi è rivolta l’offerta pubblica gratuita del vaccino In Italia l’offerta pubblica gratuita della vaccinazione è rivolta alle bambine tra gli undici e i dodici anni di età (a partire dalle nate nel 1997), perché in questa fascia è massimo il profilo beneficio-rischio. La somministrazione del vaccino prima dell’inizio dei rapporti sessuali è, infatti, particolarmente vantaggiosa perché induce un’efficace protezione prima di un eventuale contagio con il virus HPV, che si acquisisce di norma subito dopo l’inizio dell’attività sessuale, e perché la risposta immunitaria in questa fascia di età è maggiore di quella osservata nelle donne in altre fasce di età. E’ allo studio, inoltre, un ulteriore sviluppo della strategia vaccinale per valutare l’allargamento, in futuro, dell’offerta attiva anche ad altre coorti di donne (tra i 25 e i 26 anni), preferibilmente in concomitanza con il primo invito all’esecuzione dello screening attraverso il pap test.
Quali tipi e come vaccinarsi I vaccini a disposizione sul mercato italiano contro il virus Hpv sono due e sono entrambi sicuri ed efficaci: Gardasil, vaccino tetravalente, che protegge contro i genotipi 16-18 dell’HPV, responsabili di circa il 70% dei casi di carcinoma uterino, e i genotipi 6 e 11, responsabili del 90% dei condilomi, autorizzato all’immissione in commercio dall’Aifa con delibera del 28 febbraio 2007 (costo al pubblico 171,64 euro), e il Cervarix, vaccino bivalente, attivo contro i genotipi 16 e 18, responsabili di circa il 70% dei casi di carcinoma uterino, autorizzato dall’Aifa con delibera del 29/10/2007 (costo al pubblico 156,79 euro). I vaccini sono somministrati gratuitamente dalle ASL alle bambine tra gli undici e i dodici anni, con la somministrazione per via intramuscolare di una dose iniziale e due richiami, entro i sei mesi dalla prima. Il vaccino è inoltre disponibile a pagamento in farmacia, previa indicazione e prescrizione del medico, ed è destinato alle donne che non hanno ancora contratto l’infezione da HPV. E’ opportuno ricordare che il vaccino affianca ma non sostituisce lo screening periodico della cervice uterina, attualmente raccomandato per le donne di età compresa tra i 25 e i 64 anni, perchè protegge dalle lesioni causate solo da alcuni genotipi di HPV oncogeni; per tutti gli altri genotipi oncogeni l’unica prevenzione resta il pap-test. Fonte: Ministero della Salute
10/07/2009 Vademecum per proteggersi dal sole Al mare come in città è arrivata l'afa: si può combattere il caldo torrido con alcuni semplici consigli, utili per non farsi cogliere impreparati dal sole. Anziani, bambini, cardiopatici e persone con problemi fisici sono le categorie che vanno maggiormente protette soprattutto nelle grandi città, in cui il cemento e lo smog creano una cappa di fuoco. Anche le persone giovani ed in salute, se compiono sforzi fisici eccessivi, possono subire conseguenze serie se esposte ad elevate temperature. Ecco le precauzioni che consiglia il ministero della Salute per non trascorrere l'estate, e soprattutto le vacanze, alle prese con eritemi, scottature e altri problemi dovuti a un'esposizione al sole sbagliata. Come vestirsi Ripararsi la testa con un cappello leggero, privilegiare i colori chiari e gli indumenti non aderenti. Meglio il cotone o il lino delle fibre sintetiche che nonpermettono la traspirazione. Ogni volta che si passa da un ambiente caldo a uno più freddo e ventilato mettersi qualche abito più pesante. Effettuare docce e bagni in abbondanza. Spugnature di acqua fresca sono un toccasana per gli anziani. Cosa mangiare e bere Dissentante e salutare la frutta fresca, e almeno due litri di acqua al giorno, vanno benissimo: meglio l’acqua del rubinetto che ha le caratteristiche chimico-fisiche ideali per reintegrare in modo adeguato gli elettroliti persi con il sudore. Non ingerire bevande gassate o troppo fredde, nonché bevande alcoliche e caffè perché incrementano la sudorazione e la sensazione di calore. I cibi pesanti ed ipercalorici è preferibile sostituirli con le verdure. Evitare i pasti abbondanti sostituendoli con piccoli pasti durante la giornata. Fare molta attenzione alla corretta conservazione degli alimenti deperibili (latticini, carni, dolci con creme, gelati, ecc.), in quanto le temperature ambientali elevate favoriscono la contaminazione degli alimenti che può determinare patologie gastroenteriche anche gravi. Quando uscire Non uscire all’aria aperta nelle ore più calde delle giornate in cui viene previsto un rischio elevato per le successive 24-48 ore (consultare il bollettino della Protezione civile), ridurre l’esposizione all’aria aperta tra le 12.00 e le 18.00. In particolare, è sconsigliato l’accesso ai parchi ed alle aree verdi ai bambini molti piccoli, agli anziani, alle persone non autosufficienti o alle persone convalescenti. Chi soffre di diabete deve passare al sole meno tempo possibile, per evitare ustioni serie, a causa della minore sensibilità al dolore, e per scongiurare il peggioramento della dermatite diabetica. Comportamenti da evitare L’attività fisica intensa all’aria aperta durante gli orari più caldi della giornata e i continui passaggi dagli ambienti caldi a quelli più freschi, soprattutto se si soffre di una malattia respiratoria. Attenzione ai farmaci: Il caldo può potenziare l'effetto di molti farmaci utilizzati per la cura dell'ipertensione arteriosa e di molte malattie cardiovascolari. E' consigliabile controllare più spesso la pressione arteriosa e chiedere al medico una eventuale rivisitazione della terapia. In caso di malessere da colpo di calore, chiamare subito il servizio di emergenza sanitaria (118) e in attesa dell'arrivo dei soccorsi togliere i vestiti alla persona che si sente male, condurla in un luogo fresco e ventilato, fare spugnature di acqua e mettere una borsa di ghiaccio sulla testa, nel tentativo di abbassare la temperatura corporea.
08/07/2009 La pillola per chi non può assumere estrogeni La pillola senza estrogeni si conferma la soluzione ottimale per le donne che desiderano una contraccezione sicura e non possono assumere estrogeni. Questo è il risultato di uno studio appena pubblicato sulla prestigiosa rivista “The European Journal of Contraception and Reproductive Health Care” e presentato oggi durante i lavori del 2° Congresso Nazionale della Società Italiana della Contraccezione (S.I.C.) a Napoli. Nausea, tensione mammaria, ritenzione idrica e mal di testa diminuiscono durante l’uso della pillola a base di solo progestinico nelle donne, che presentavano questi disturbi durante l’uso di pillole con estrogeno e progestinico. Il dato è emerso dallo studio condotto su un gruppo di 403 donne ex utilizzatrici di pillole combinate (contenenti estrogeno e progestinico), che avevano avuto effetti collaterali e disturbi estrogenodipendenti durante il loro uso. Si tratta di un elemento rilevante poiché la nausea, la tensione mammaria, la ritenzione idrica e il mal di testa sono tra i sintomi che possono determinare l’abbandono del trattamento. “Questi risultati – spiega la prof.ssa Chiara Benedetto, Direttore del Dipartimento di Discipline Ginecologiche e Ostetriche dell’Università di Torino - hanno evidenziato un netto miglioramento e una significativa diminuzione dei disturbi dovuti all’estrogeno in oltre il 70% delle partecipanti allo studio. In particolare, i disturbi sono migliorati o addirittura scomparsi nel 92% delle donne per quanto riguarda la nausea, nel 90% per la tensione mammaria, nel 74% per la ritenzione idrica e nell’84% delle partecipanti relativamente al mal di testa”. “La pillola a base di solo progestinico attualmente disponibile in Italia – sottolinea la prof.ssa Benedetto - ha superato le cosiddette vecchie minipillole per efficacia: infatti, è in grado di inibire l’ovulazione come le pillole estroprogestiniche. Rappresenta una soluzione sicura e affidabile, in alternativa alle pillole combinate, per le donne che non possono o non vogliono assumere estrogeni”. Fonte: Italia Salute
06/07/2009 Turismo riproduttivo: il primato è dell'Italia L'Italia è prima in Europa nel turismo riproduttivo. A chiarire alcuni aspetti fondamentali del fenomeno, dalle caratteristiche delle coppie ai motivi della migrazione, è uno studio condotto da Eshre (European Society of Human Reproduction and Embryology), in collaborazione con la Società italiana di studi di Medicina della Riproduzione (Sismer). Questionari anonimi consegnati in 44 centri di Spagna, Svizzera, Belgio, Slovenia, Repubblica Ceca e Danimarca hanno permesso di stabilire che circa 25mila coppie ogni anno "migrano" in Europa. In Italia se ne stimano almeno 10mila. Si tratta di coppie eterosessuali, sposate, nella maggioranza dei casi (82%), o stabilmente conviventi (18%). L'età media delle donne è di 37 anni e mezzo; il 27% ha meno di 35 anni, il 41% tra 35 e 40 anni, il 25% tra 40 e 44 anni e solo il 7% tra 45 e 50 anni. "Il 60% circa delle coppie voleva eseguire trattamenti illegali in Italia, quali donazione di seme, donazione di ovociti e diagnosi genetica pre-impianto. Ma circa il 40% si è rivolto all'estero per eseguire trattamenti leciti nel nostro Paese, ma che credono essere più efficaci in presenza di una legge più liberale" ha dichiarato Anna Pia Ferraretti, direttore scientifico di Sismer. Lo studio è stato condotto prima della sentenza della Corte Costituzionale, che ha rimosso molti dei limiti prima presenti all'applicazione in Italia delle tecniche di procreazione medico assistita (Pma). "La speranza è, quindi, che grazie a questo nuovo contesto legislativo molte coppie non dovranno più recarsi all'estero" ha concluso Ferraretti. (L.A.) Fonte: Comunicato stampa Sismer 02/07/2009 Il passaporto europeo della salute Che in viaggio si vada per vacanza o per motivi di lavoro può capitare di avere bisogno di aiuto medico e per i cittadini europei temporaneamente residenti nei paesi UE esiste una tutela in più. Si tratta della TEAM (Tessera Europea di Assicurazione Malattia), un documento grazie al quale è possibile usufruire senza spese della sanità della nazione ospitante, a patto ovviamente che non si tratti di un intervento programmato ma di un problema di salute che si presenta durante il temporaneo soggiorno all'estero. A ricordare l'importanza di TEAM sono gli esperti presenti al convegno organizzato da Sanofi-Aventis - “Schengen per la salute. Innovazione, sicurezza e accesso alle cure per un cittadino europeo: il contributo di Sanofi-Aventis”- tenutosi lo scorso 26 maggio al Circolo della Stampa di Milano, che ha riunito alcuni candidati al Parlamento Europeo, intervenuti sul tema della necessità di un percorso che porti verso una vera e propria sanità “continentale”. Fonti Convegno “Schengen per la salute. Innovazione, sicurezza e accesso alle cure per un cittadino europeo”; Milano 26 maggio 2009
26/06/2009 Sintomi ernia iatale Il quadro clinico dell'ernia iatale è piuttosto variabile e mentre per alcune persone la malattia è del tutto asintomatica per altre può essere causa di disturbi più o meno gravi. Spesso un paziente scopre occasionalmente di avere un'ernia iatale durante una visita legata ad altre patologie esofagee. Se l'ernia iatale è piuttosto grande può causare un reflusso del chimo gastrico nel tratto terminale dell'esofago. Tra l'esofago e lo stomaco esiste una speciale valvola che in condizioni normali si apre e si chiude per consentire il passaggio del bolo alimentare in un'unica direzione. Il diaframma, con la sua pressione, favorisce il funzionamento di questo meccanismo, comprimendo e mantenendo chiuso lo sfintere. Quando si sviluppa un'ernia iatale la parte di stomaco che fuoriesce dalla sua sede naturale spinge lo sfintere al di sopra del diaframma alterando il normale meccanismo di apertura e chiusura. Questo lembo di tessuto muscolare può così aprirsi anche nei momenti meno opportuni causando la risalita del contenuto gastrico (pH acido 0.9 -3.5). Questa condizione è chiamata "sindrome da reflusso gastro-esofageo".
A causa dell'estrema acidità del contenuto gastrico le pareti esofagee possono lesionarsi causando i sintomi tipici della malattia: forte dolori al torace e senso di bruciore allo sterno rigurgiti acidi senso di amaro in bocca salivazione intensa raucedine
Tutti questi sintomi tendono a comparire o a peggiorare in occasione di sforzi severi o durante la gravidanza, a causa del temporaneo aumento della pressione intraddominale. La posizione orizzontale o "a testa in giù" (come quando ci si allaccia una scarpa) aggrava ancor di più i sintomi tipici dell'ernia iatale. Sebbene esistano farmaci efficaci nel curare questa particolare condizione talvolta si ricorre all'intervento di correzione chirurgica, specie se l'ernia iatale è molto estesa. Alcune gravi complicanze dell'ernia iatale includono infatti l'aumentato rischio di sviluppare ulcera allo stomaco e tumore esofageo, difficoltà respiratorie, anemia e perdita di sangue con vomito o feci. Chi soffre di ernia iatale avverte spesso un senso di oppressione toracica che può essere confuso facilmente con un attacco anginoso o con un infarto. Anche per questo motivo la diagnosi precoce della malattia è molto importante. Nel caso insorga un dolore severo alla cassa toracica o all'addome associato a nausea, vomito o senso di costrizione gastrica è bene consultare al più presto il proprio medico. Potrebbe infatti trattarsi di una complicazione legata ad una severa ostruzione del flusso di sangue allo stomaco. 24/06/2009 Ernia iatale L'ernia iatale è causata dal passaggio di una porzione dello stomaco dall'addome al torace attraverso un foro del diaframma. Questo foro è chiamato iato diaframmatico esofageo, proprio perché in condizioni normali consente il passaggio dell'esofago attraverso il diaframma. In caso di ernia iatale una parte più o meno consistente dello stomaco risale attraverso questa apertura causando i sintomi tipici della malattia. L'ernia iatale è una patologia piuttosto diffusa dato che colpisce in media circa il 15% degli italiani. I medici distinguono tre diversi tipi di ernia iatale: ERNIA DA SCIVOLAMENTO: è la più frequente (presente in circa il 90% dei casi); si caratterizza per il passaggio di una porzione dello stomaco attraverso lo iato esofageo. La giunzione gastroesofagea viene così spinta verso l'alto provocando in molti casi un disturbo tipico della malattia chiamato reflusso gastroesofageo. Questo passaggio è talvolta reversibile e particolarmente sensibile agli sbalzi di pressione addominale. La deglutizione, uno sforzo eccessivo, un colpo di tosse possono infatti facilitare la fuoriuscita dell'ernia che può poi ritornare spontaneamente nella sua posizione iniziale.
ERNIA DA ARROTOLAMENTO o paraesofagea: condizione più rara ma anche più pericolosa della precedente. In questo caso la giunzione tra stomaco ed esofago rimane nella sua sede naturale mentre il fondo dello stomaco passa in torace. Il richio maggiore in questo caso è che l'ernia finisca per strozzarsi tra l'esofago e lo iato o che venga compromesso seriamente l'apporto di sangue allo stomaco.
ERNIA MISTA: tipo di ernia iatale con caratteristiche proprie di entrambe le forme precedentemente descritte. 
L'ernia iatale è una patologia legata all'età, ne soffre infatti circa il 25% della popolazione con più di 50 anni e quasi il 100% della popolazione over 80. Il deterioramento organico tipico dell'invecchiamento, associato alla ripetizione continua dei movimenti tipici della deglutizione, finisce infatti per alterare l'elasticità della giunzione e dello iato esofageo favorendo l'erniazione. Le donne e gli obesi sono più colpiti dall'ernia iatale rispetto ai coetanei normopeso. Nei bambini la presenza di un'ernia iatale è quasi sempre congenita e spesso si presenta in associazione con altre malattie. CAUSE: gli studiosi non ancora trovato una spiegazione univoca alla comparsa di questa patologia. Alcune persone vengono colpite da ernia iatale dopo aver subito un forte trauma addominale, altre per motivi congeniti legati alla debolezza o all'eccessiva apertura dello iato esofageo. L'aumento della pressione addominale, come abbiamo visto, favorisce l'insorgenza della patologia. Sono quindi più a rischio i pazienti affetti da tosse cronica, le donne durante la gravidanza e le persone sovrappeso. Anche il fumo, l'abitudine di indossare vestiti stretti e l'età avanzata predispongono l'individuo alla comparsa dell'ernia iatale.
22/06/2009 Come si diagnostica la cistite? La cistite si può diagnosticare per tempo, riconoscendo i sintomi e, dopo averne parlato con il Medico, eseguendo semplici esami di laboratorio.
I sintomi più comuni della cistite sono il bisogno impellente di urinare, la sensazione di pesantezza al basso ventre, il bruciore e il bruciore e il dolore al termine della minzione.
Gli esami che confermano la cistite sono quello delle urine, l’urinocoltura e l’antibiogramma. L’esame delle urine e l’urinocoltura permettono di rilevare ed identificare i batteri pericolosi presenti nell’urina, mentre l’antibiogramma aiuta a scegliere l’antibiotico più adatto per eliminare definitivamente l’infezione.
Nei casi in cui la cistite non regredisse rapidamente con il trattamento, o si hanno episodi frequenti, o il disturbo tende a divenire cronico, è opportuno esaminare il tratto urinario con esami specialistici. Fonte: UroDoc 19/06/2009 Che cosa è la cistite? La cistite è la più comune e frequente malattia delle vie urinarie e può colpire sia gli adulti sia i bambini.
La cistite è data dall’infiammazione della vescica, causata a sua volta dall’infezione batterica delle basse vie urinarie.
E’ una malattia tipica del sesso femminile, tanto che la metà delle donne ha, almeno una volta nella vita, un episodio acuto di cistite.
Dopo i 50 anni la cistite è frequente anche tra gli uomini, essendo favorita dall’aumento di volume della prostata (ipertrofia prostatica).
La cistite può diventare cronica e tendere a frequenti ricadute: 1 donna su 10 ha infezioni ricorrenti che spesso resistono alle terapie con antibiotici ad ampio spettro. Fonte: UroDoc
12/06/2009 Crioconservazione di tessuto ovarico per la preservazione della fertilità nelle pazienti oncologiche Da oggi fino a sabato 13 giugno si svolge a Bologna il Congresso Annuale della SEGI, la Società Italiana di Endoscopia Ginecologica presieduta, attualmente, dal Prof. Massimo Petronio di Palermo. Il Congresso riunisce i maggiori esperti di chirurgia endoscopica ginecologica con lo scopo di fornire una completa panoramica delle metodiche mini-invasive più appropriate nel trattamento della patologia ginecologica e di presentare tutte le novità in questo ambito. Gli esperti riuniti oggi hanno discusso delle nuove frontiere endoscopiche in medicina e chirurgia della riproduzione, con particolare riferimento alla preservazione della fertilità nelle pazienti oncologiche: è stata approfondita la tecnica innovativa della crioconservazione di tessuto ovarico, che rappresenta una grande speranza per tutte quelle bambine e giovani donne affette da tumore che possono andare incontro a sterilità a causa delle terapie antitumorali a cui devono sottoporsi. "La crioconservazione di tessuto ovarico è una tecnica di carattere sperimentale – ha affermato il Prof. Giuseppe De Placido, Ordinario di Ginecologia e Ostetricia presso l’Università degli Studi Federico II di Napoli e Vicepresidente SEGI - che permette il congelamento di un elevato numero di follicoli immaturi, prelevati di norma in laparoscopia tramite l’asportazione di parte dell’ovaio. Nei casi in cui la donna debba sottoporsi a terapie che comportano un alto rischio di distruzione completa delle gonadi, quali radioterapia pelvica e/o chemioterapie ad alte dosi, può essere indicata l’asportazione di un intero ovaio." Solo dopo la completa remissione della neoplasia, i frammenti di tessuto ovarico vengono scongelati e trapiantati nella donna, con una ripresa della funzione endocrina, ossia della produzione di estrogeni da parte dell’ovaio trapiantato, nella maggior parte dei casi. Una volta verificatosi l’attecchimento del tessuto trapiantato, è possibile intraprendere procedure terapeutiche finalizzate all’ottenimento della gravidanza. La crioconservazione del tessuto ovarico è indicata anche nelle donne adulte che non possono sottoporsi al congelamento degli ovociti perché colpite da tumori ormono-dipendenti; in questi casi, infatti, la stimolazione ormonale potrebbe aggravare la patologia. Infine, la procedura è indicata nelle situazioni in cui l’esecuzione di una stimolazione ovarica non sia compatibile con la necessità di intraprendere in tempi rapidissimi una chemio o una radio-terapia. Il centro di Napoli diretto dal Prof. De Placido e quello di Bologna del Policlinico S. Orsola Malpighi, diretto dal Prof. Stefano Venturoli (Ordinario di Ginecologia e Ostetricia - Università di Bologna), sono da considerare tra i centri all’avanguardia in Italia riguardo allo studio e alla ricerca su queste metodiche. Nell'ambito del Convegno SEGI anche un’intera Consensus Conference sulle strategie cliniche e sull’approccio chirurgico dell’endometriosi profonda, una delle patologie ginecologiche più frequenti che colpisce 14 milioni di donne in Europa e 5,5 milioni nel Nord America; secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità si parla di 150 milioni di pazienti al mondo. L’endometriosi non solo è accompagnata da sintomi molto dolorosi, talvolta così severi da risultare invalidanti, ma spesso è anche causa di infertilità. Dati recenti dimostrano, infatti, che il 25-50% delle pazienti con infertilità presenta endometriosi e che il 30-50% delle pazienti con endometriosi presenta problemi di infertilità. “L’associazione tra endometriosi e infertilità – ha dichiarato il Prof. Renato Seracchioli, Responsabile Unità Semplice di Endoscopia Ginecologia e Chirurgia Pelvica Mininvasiva del Policlinico S. Orsola-Malpighi di Bologna e Presidente del Congresso - sembra imputabile a diversi fattori, principalmente riconducibili alla sovversione dei rapporti anatomici pelvici, alla modificazione del pattern immunitario e dell’assetto ormonale. Per la cura dell’endometriosi viene utilizzata la tecnica laparoscopica, i cui principali obiettivi sono l’asportazione radicale di tutte le lesioni endometriosiche e, non meno importante, la preservazione della funzione riproduttiva.” L’endoscopia è una tecnica diagnostica e terapeutica che permette di avere una visione diretta e dall'interno di alcuni organi, con l'obiettivo di verificare l'eventuale presenza di alterazioni o lesioni e di effettuare, all'occorrenza, interventi. L’endoscopia è una metodica basata sull'utilizzo di specifici strumenti (endoscopi), costituiti solitamente da un piccolo tubo flessibile composto da sottilissime fibre ottiche, che vengono inseriti nel corpo attraverso le cavità naturali. In ginecologia, l’applicazione dell’endoscopia avviene attraverso la laparoscopia (introduzione degli endoscopi nell’addome) o isteroscopia (direttamente all’interno della cavità uterina). L’approccio endoscopico in ginecologia è rivoluzionariominor invasivitàà Fonte: gravidanza on line 11/06/2009 Qual'è la causa della cistite? Il fatto che la cistite sia più frequente nelle donne è dovuto alla specifica conformazione anatomica femminile, che facilità la colonizzazione della vagina e delle vie urinarie da parte dei germi solitamente provenienti dall’intestino.
I batteri contaminati possono risalire l’ultimo tratto urinario (uretra), giungendo ad infettare la vescica e determinando così l’infiammazione all’origine dei sintomi di cistite.
La cistite può essere favorita dai rapporti sessuali, che possono eventualmente facilitare la risalita dei microbi, ma può presentarsi comunemente anche in persone che non hanno rapporti.
Alcune donne, per motivi fisiologici o per stile di vita, sono maggiormente predisposte alla cistite. Fonte: UroDoc 09/06/2009 Fecondazione, i centri senza regoleDopo la sentenza della Consulta sul numero di ovociti Incertezza dei medici: «Serve un protocollo comune»MILANO - Dopo la sentenza il caos. I giudici della Corte Costituzionale hanno cambiato la legge 40 sulla fecondazione assistita rimettendo nelle mani dei medici la scelta del numero di ovociti da inseminare ma molti centri, soprattutto pubblici, continuano ad applicare le vecchie regole: si fecondano al massimo tre ovociti e si trasferiscono tutti gli embrioni prodotti in un unico e contemporaneo impianto. «Prima di cambiare vogliamo essere sicuri di cosa possiamo o non possiamo fare — dice Andrea Gallinelli, responsabile del maggiore centro di Pma (Procreazione medicalmente assistita) della Toscana, l'Ospedale della Versilia a Viareggio —. Con gli altri medici stiamo cercando di stabilire una linea comune, in modo da non lasciare al singolo la patata bollente. Per partire aspettiamo un via libera dalla Regione». Stessa linea nel centro diretto da Guido Ambrosini all'Università di Padova: «Questa legge non è chiara — dice —. In realtà lascia al ginecologo la possibilità di fecondare in base alla caratteristica della paziente ma qual è il limite? Se una donna di 43 anni produce 15 ovociti, io, che in scienza e coscienza vorrei fecondarli tutti, posso farlo? Abbiamo paura della reazione del ministero, vorremmo regole certe. Per questo ho interpellato anche i Nas. Presto, comunque, applicheremo la legge». PANORAMA DISOMOGENEO - Il risultato è un'Italia disomogenea con comportamenti diversi da ospedale a ospedale. Un problema non da poco che tocca il 10-15% dei cittadini in età fertile. Nel 2007 sono state più di 55mila le coppie che si sono sottoposte a cure nel nostro Paese e sono nati oltre novemila bambini. Un altro numero imprecisato, sicuramente migliaia, ha oltrepassato la frontiera. Ora i pazienti sono confusi. In Lombardia, per esempio, la maggior parte dei centri ha varato un documento che recepisce la sentenza: «Gli avvocati sono stati chiarissimi — dice Guido Ragni, consulente del Centro di sterilità della Mangiagalli — se uno non cambia rischia le penalità pecuniarie previste dalla legge 40. Noi siamo obbligati a produrre gli embrioni necessari a un serio tentativo». L'idea è quella di partire da una griglia divisa in fasce d'età. Se una donna ha meno di 35 anni si insemineranno sei ovociti, se ne ha tra i 35 e i 40 si arriverà ad otto. Passati i quaranta si feconda tutto. Ovviamente peseranno anche altre considerazioni: la qualità del liquido seminale, i precedenti fallimenti e il tipo di risposta ovarica della donna. «Abbiamo previsto una serie di eccezioni — spiega ancora Ragni —, per esempio si feconderanno tutti gli ovociti se la paziente ha avuto un tumore oppure soffre di trombofilia o se rischia l'iperstimolazione ovarica». Un protocollo simile, promosso dalla Società italiana studi di medicina della riproduzione (Sismer), è stato firmato da oltre 40 centri, pubblici e privati, sparsi in tutta Italia. «La sentenza ci permette di offrire alle pazienti il massimo di possibilità riducendo al minimo il congelamento — dice Anna Pia Ferraretti, responsabile del Sismer di Bologna —. Poi è chiaro che ogni centro agirà come crede. È proprio questa la novità, si può diversificare». LE POSIZIONI - Ma c'è anche chi è convinto che la legge 40 così com'era desse già il massimo di chance alle donne in cerca di un figlio. «Da noi non è cambiato niente — dice Eleonora Porcu, responsabile del centro di fecondazione del Sant'Orsola di Bologna —. Io mi rifaccio alla mia esperienza professionale, ho risultati paragonabili alla media europea fecondando tre ovociti, a volte anche solo due, con una percentuale che, nelle donne fino a 35 anni, sfiora il 50%. Noi stiamo già tutelando la salute delle donne e questo senza dover congelare embrioni. L'idea di ritrovarsi di nuovo con i bidoni di azoto liquido pieni mi sembra veramente anacronistica». Al San Raffaele di Milano sono di fronte a un dilemma. La natura cattolica della Fondazione imporrebbe di non congelare embrioni ma la Corte Costituzione ha stabilito che la donna ha diritto ad un numero di embrioni congruo per effettuare un serio tentativo. Conciliare le due cose sembra impossibile. Per chiarirsi le idee i medici si sono dati appuntamento il prossimo week end a Riccione dove sperano di mettersi d'accordo definitivamente su un protocollo comune. «Sarà il primo congresso confederato di tutte le società di medicina della riproduzione — dice Filippo Ubaldi, direttore clinico del centro g.en.e.r.a. a Roma —. Io però non sono d'accordo sullo stabilire una griglia con un numero fisso di ovociti da inseminare. La Corte Costituzionale ha tolto il numero, non vedo perché dobbiamo rimetterlo noi». Le pazienti sono in fibrillazione. Dopo aver gioito per la sentenza ora si sentono prese in giro. Nei forum si scambiano informazioni sui centri per boicottare quelli che si comportano come se nulla fosse accaduto. «Se li conosci li eviti» è il loro motto. La Fiapi (Federazione italiana pazienti infertili) sollecita le socie a farsi mettere per iscritto dall'ospedale che intende procedere come prima in modo da poter poi ricorrere alle vie legali. «Siamo pronti a fare causa — dice Federica Casadei, presidente e fondatrice di Cerco un bimbo, portale sull'infertilità con 22mila utenti — con denuncia per danni perché sottoporre una donna a ripetute stimolazioni costa molti soldi ai contribuenti. Se i medici hanno paura ad applicare la legge cambino mestiere». Indignato è Carlo Flamigni, esperto di fecondazione artificiale, oggi nel Comitato nazionale di bioetica: «I medici sono un branco di codardi. Hanno paura di punizioni ministeriali. Troveranno il coraggio di fare il loro dovere solo quando le pazienti li porteranno in tribunale. La sentenza è chiara e nessuna legge potrà più cambiare il principio sancito dalla Corte e allora che aspettano?». LINEE-GUIDA - Al ministero, intanto, preparano le linee guida soprattutto per aderire alle direttive europee che impongono un innalzamento dei livelli qualitativi di tutti i centri che utilizzano cellule umane a scopo terapeutico. Oggi, in una conferenza stampa, il ministro del Welfare Maurizio Sacconi e la sottosegretaria alla Sanità Eugenia Roccella, annunceranno la nascita di due commissioni, quella sulla procreazione assistita, che vigilerà sul funzionamento della legge 40, e quella sulla crioconservazione. «Per le linee guida — spiega Roccella al Corriere — ci vorrà qualche mese ma le differenze tra centro e centro rimarranno perché sono una conseguenza della sentenza della Corte Costituzionale che dà una maggiore responsabilità al medico. Noi, intanto, daremo indicazioni di massima attraverso la Società italiana di ginecologia. Il divieto di crioconservazione, comunque, è rimasto ma con delle deroghe». Ma se un centro decide di fecondare sei ovociti e, ottenuti tre embrioni, trasferirne solo due, congelandone uno, è nella legalità? «Sì, lo è — risponde Roccella —. Comunque questi dubbi si supereranno con le linee guida ma il problema ora è adeguarsi all'Europa. Bisogna rifare tutto. In Italia non tutti i centri possono offrire i livelli di qualità che vengono richiesti adesso. Per questo abbiamo bisogno di tempo. E a quel punto anche le ispezioni diventeranno un obbligo» 05/06/2009 Ansietà e malattie cutanee: con l’agopuntura si possono curare (Gabriella Pravatà) - Siamo abituati a trattare l’ansia come se fosse una “normalità”, ad accettare lo stress come se fosse la prassi per vivere nell’epoca attuale. Di fatto gli stati d’animo in eccesso, considerati concausa di stato patologico per la medicina tradizionale cinese, diventano una categoria ben distinta di fattori patogeni cosiddetti “interni “ per distinguerli da quelli “esterni” come ad esempio vento, freddo, calore, o virus, batteri, parassiti secondo la Medicina Tradizionale Cinese (MTC). La MTC è un sistema medico energetico ed analogico, millenario, basato sui principi Yin/Yang, tutto in costante movimento e trasformazione, sulla relazione analogica tra macrocosmo e microcosmo (legge delle trasformazioni o 5 movimenti), sulla non separabilità tra corpo e psiche, sulla stretta relazione tra emozione ed attività funzionale dell’organismo. L’energia vitale Qi, base della vita, circola in appositi canali conosciuti comunemente come meridiani e luoghi di intervento terapeutico, attraverso la pelle, di agopuntura, moxa, ed altre tecniche (coppettazione, digitopressione ecc). Quando un fattore patogeno interno come la frustrazione, il panico, il rimuginare, la collera che rappresentano stati riscontrabili nell’ansietà prendono il sopravvento, la persona manifesterà una disfunzione che potrà divenire patologia d’organo al perpetuarsi degli stimoli nocivi. Ansietà e patologia dermatologica vanno spesso a braccetto, essendo la pelle “lo specchio dell’anima”. Prurito sine materia, eczema, sudorazione palmoplantare, dermatite seborroica per citarne alcune, sono in stretta relazione di interdipendenza tra stress psicofisico e comparsa di manifestazione cutanea e risentono positivamente dell’azione terapeutica dell’agopuntura senza far uso di terapia topica e/o sistemica classica secondo il modello biomedico. In medicina tradizionale cinese le manifestazioni cliniche, comprese le cutanee, rilevabili attraverso una metodologia che porta alla diagnosi energetica, saranno diverse a seconda se un soggetto avrà uno squilibrio da eccesso di fattori patogeni o da vuoto energetico, in cui il fattore patogeno interno o esterno potrà aggravare la manifestazione clinica. La diagnosi quindi verterà sullo stato di squilibrio generale che manifesterà il paziente e non solo sull'ansia. Diversa quindi sarà la scelta terapeutica ad esempio se una persona manifesterà un eritema da eccesso o da vuoto energetico. Nel modello biomedico occidentale la persona con ansia sarà soggetta a terapia ansiolitica, psicoterapia, tecniche di rilassamento accompagnate dalla terapia topica e/o sistemica alla comparsa di manifestazioni cutanee. L’agopuntura che introduce aghi sottili di 0,25 mm di diametro – prive di sostanze farmacologiche- nei vari punti disseminati lungo i canali energetici o in punti extra canale, ha un ruolo attivo nelle disfunzioni poiché attraverso di essa l’energia, in eccesso o in difetto, potrà essere riequilibrata. Notevole importanza ha, inoltre, la dietetica che, in medicina tradizionale cinese, assume il valore di vero e proprio rimedio pari all’intervento farmacologico, così come lo stile di vita. L’Organizzazione Mondiale della Sanità indica il trattamento terapeutico con agopuntura nell’ansia ed in patologie dermatologiche come acne, herpes simplex ricorrente, herpes zoster, oltre le classiche patologie in cui è indicata, oltre il trattamento del dolore, come asma, borsite, bronchite, cefalea, colon irritabile, congiuntivite, diabete mellito, edema ciclico idiopatico, depressione reattiva, dismenorrea, epatite, influenza, lombalgia, malattia infiammatoria pelvica, nevralgie, osteoartrosi, otite, paralisi a frigore, paralisi flaccide e spastiche, raffreddore comune, reumatismo fibrositico, rinite allergica, sciatalgia, stroke, tinnitus, vaginite e vertigini. Gabriella Pravatà dermatologa master in agopuntura e MTC, presidente del CeSMI, 29/05/2009 (ANSA) Il 10% delle donne soffre di endometriosi percentuale che sale fino al 17% tra le adolescenti e al 30% nell'eta' fertile. Tra i campanelli di allarme di questa malattia, che consiste nella localizzazione di cellule della mucosa che riveste la cavita' uterina al di fuori dell'utero (endometriosi esterna) o ad una invasione sulla parete dell'utero stesso (endometriosi interna o adenomiosi), il dolore associato alla mestruazione e ai rapporti sessuali e la sterilita' (ne e' afflitto quasi la meta' delle donne con problemi di infertilita'). Sono alcuni dei dati che verranno presentati dal 28 al 30 maggio a Roma, presso il Policlinico Gemelli, al IV congresso internazionale su questa patologia progressiva e altamente invalidante. Non solo: ''in circa il 7% delle donne con endometriosi - dichiara Sebastiano Campo, docente di Clinica ostetrica e ginecologica della Cattolica di Roma e presidente del congresso - si riscontrano sorelle o madri affette dalla stessa patologia, facendo pensare a una possibile trasmissione genetica di fattori predisponenti''. Tra le armi per giungere a una diagnosi precoce l'ecografia trans vaginale e la risonanza magnetica. ''Con queste tecniche diagnostiche poco invasive sempre piu' spesso si evidenzia la presenza di adenomiosi anche in epoca giovanile o in donne che non hanno avuto gravidanze o interventi chirurgici sull'utero''. Con l'intervento in laparoscopia, poi, si possono visualizzare le lesioni e asportare i focolai e i conseguenti noduli del setto retto-vaginale, le aderenze peritoneali e le cisti emorragiche. (ANSA). 27/05/2009 Che cos'è un farmaco?Il "farmaco" è definito come una sostanza o un'associazione di sostanze in grado di modificare una o più funzioni dell'organismo.
Il farmaco ha proprietà curative o profilattiche delle malattie umane. Quali sono i componenti di un farmaco?Tutti i medicinali sono costituiti da principi attivi e da vari eccipienti. Il principio attivo è il componente chimico responsabile dell'attività curativa del farmaco, il medicinale vero e proprio.
Gli eccipienti sono invece componenti inattivi del farmaco (sono infatti dette "sostanze inerti") privi di ogni azione farmacologica.
Hanno la funzione di preservare il principio attivo da aggressioni esterne (il caldo, il freddo, l'umidità o altre sostanze chimiche), di aumentare il volume per consentire la preparazione di compresse o di forme farmaceutiche di dimensioni accettabili, di rendere stabili soluzioni o sospensioni, evitando la sedimentazione del principio attivo sul fondo dei contenitori, di facilitare l'assorbimento del principio attivo nell'organismo, di rendere il sapore dei medicinali più gradevole (arp,o aò òo,pme. aramcoa etc.) Che cos'è un farmaco generico o "equivalente"?Prendiamo la confezione di un qualsiasi medicinale: tra le informazioni riportate sulla scatola troviamo almeno due indicazioni: il principio attivo: è la sostanza che ci cura, che cioè ha effetti sul nostro organismo; il nome del principio attivo nasce al momento della sua scoperta scientifica, e spesso fa riferimento alle sue caratteristiche chimiche; il nome commerciale, inventato dalla ditta che ha deciso di commercializzare il principio attivo.
È facile comprendere come lo stesso principio attivo possa essere contenuto in numerosissimi farmaci, contraddistinti da diversi nomi commerciali, così come da prezzi differenti. In questo quadro i farmaci generici si distinguono dagli altri perché: Baccarelli A, Pesatori AC, Bertazzi PA. (2000) Occupational and environmental agents as endocrine disruptors: experimental and human evidence. Journal of Endocrinological Investigations 23: 771-81
Faroon O, Jones D, de Rosa C. (2001) Effects of polychlorinated biphenyls on the nervous system. Toxicology and Industrial Health 16: 305-33
Hallgren S, Darnerud PO (2002) Polybrominated diphenyl ethers (PBDEs), polychlorinated biphenyls (PCBs) and chlorinated paraffins (CPs) in rats-testing interactions and mechanisms for thyroid hormone effects. Toxicology 177: 227-43.
Kanno J., Onyon L., Haseman J., Fenner-Crisp P., Ashby J., Owens W.; The Organisation for Economic Co-operation and Development (2001) The OECD program to validate the rat uterotrophic bioassay to screen compounds for in vivo estrogenic responses: phase 1. Environmental Health Perspectives 109: 785-94.
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Menditto A., Caroli S., Di Domenico A., Mantovani A., Silvestroni L., Spagnolo A., Traina M.E., Alleva E. (1997) Gli "endocrine disruptors": un problema emergente nel campo della sicurezza dei composti chimici. Notiziario dell'Istituto Superiore di Sanità, 10(2): 1-7.
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Scientific Committee on Food (2001) Opinion on the risk assessment of dioxins and dioxin-like PCBs in food. (update based on the new scientific information available since the adoption of the SCF opinion of 22 November 2000) Visualizza documento in PDF- Scientific Committee on Food (2002) Opinion on Bisphenol A.
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L’ovocita è avvolto da una membrana , anch’essa molto specializzata, detta oolemma, ed è protetto da un ulteriore involucro proteico, detto zona pellucida, di circa 15-20 micron di spessore. E' inoltre avvolto da strati di cellule, dette del cumulo ooforo, che servono a nutrirlo e stimolarlo alla maturazione. La zona pellucida svolge varie funzioni tutte importanti per l’ovocita, lo protegge durante la discesa nelle tube ed è fondamentale sia durante il processo di fecondazione, quando avviene l’incontro con lo spermatozoo, che nelle prime fasi dello sviluppo dell’embrione. L’ovocita maturo è il prodotto del completamento del processo di meiosi, in cui il nucleo ha dimezzato il proprio numero di cromosomi dividendosi in modo disomogeneo, dando origine a due cellule: una grande, che mantiene tutto il citoplasma ed una piccolissima quasi senza citoplasma (globulo polare), entrambe con 23 cromosomi ciascuna. Questa fase del processo meiotico si chiama “metafase II” e la si distingue per la presenza del globulo polare. Il citoplasma dell’ovocita ha molta importanza perché è sede di complessi processi dinamici con cambiamenti nel numero e nella distribuzione di una serie di organelli che compongono la struttura portante della cellula, in grado di coordinarsi per compiere funzioni complesse che portano alla maturità citoplasmatica oltre che nucleare dell’ovocita. In pratica questa speciale cellula è come un complesso reparto di una officina specializzata dove tutti i pezzi devono essere assemblati perfettamente per funzionare. A questo punto l’ovocita è pronto ad incontrare lo spermatozoo ed insieme divenire un embrione. |
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